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Pinocchio illustrato da Jacovitti

Pinocchio – Illustrazioni di Jacovitti

Pinocchio è una celebre graphic novel di Benito Jacovitti ritenuta una delle sue opere più famose, più volte ristampata in varie edizioni in Italia e all’estero. All’opera è stato dedicato un francobollo commemorativo nel 2010

Jacovitti realizzò negli anni quaranta una prima serie di illustrazioni a commento del testo originale; il lavoro risale alla seconda guerra mondiale quando venne pubblicato dalla casa editrice La Scuola, di Brescia, nel 1943; nel dopoguerra seguì una versione a fumetti pubblicata a puntate sul Vittorioso dal 1946 al 1947 dalla casa editrice AVE; dopo quasi vent’anni, sempre per la casa editrice AVE, venne pubblicata un terzo lavoro di Jacovitti basato sull’opera di Collodi, una serie di tavole a corredo di una edizione di Pinocchio, come nella prima versione degli anni quaranta e pubblicate nel 1964; negli anni settanta infine vennero realizzate quattro tavole dove l’autore fa interagire il personaggio di Pinocchio con quelli di sua creazione. A proposito di questo suo ritornare sull’opera, Jacovitti stesso scrisse una filastrocca: «Col passare di due decenni / del “Pinocchio” mi sovvenni / e per chi mi disse che / non c’è un due senza un bel tre / l’illustrai con gran riguardo / come ultimo traguardo». La trasposizione a fumetti dell’opera di Collodi venne pubblicata in volume dalla AVE nel 1964 e, nei decenni seguenti, ne vennero pubblicate numerose altre edizioni anche da altri editori. ( Wikipedia )

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Guillaume Apollinaire: Poesie

Il 1910 inaugurò la vita letteraria del trentenne Guillaume (anche se il primo romanzo risale al 1900, seguito nel 1907 dal romanzo libertino-sadomasochistico-grottesco Le undicimila verghe) con i sedici racconti fantastici intitolati L’eresiarca & C., mentre nel 1911 pubblicò le poesie di Bestiario o corteggio di Orfeo e nel 1913 Alcools, raccolta delle migliori poesie composte fra il 1898 e il 1912. Quest’opera rinnovò profondamente la letteratura francese, ebbe un’influenza sulla poesia italiana del Novecento ed è oggi considerata il capolavoro di Apollinaire insieme con Calligrammes (1918), che sono dei veri e propri componimenti scritti appositamente per formare un disegno che rappresenta il soggetto della poesia stessa. POETICA: La sua raccolta Alcools, ancora legata agli influssi del Simbolismo francese, offre notevoli risultati per la musicalità con cui il poeta affronta tematiche malinconiche e oniriche, spesso tristi. Presto, però, Apollinaire si discosta da questa visione poetica per affrontare le questioni poste dalla rivoluzione industriale: quelle relative all’automobile, al cinema, ecc. Ricorre quindi a nuovi strumenti tecnici ed espressivi: l’eliminazione della punteggiatura, il verso libero, lo sperimentalismo grafico del calligramma. Dopo Alcools esce la raccolta Calligrammi (poesie dal 1913 al 1916). In questa raccolta Apollinaire esprime appieno la sua nuova visione poetica: libera dalle costrizioni della metrica e scritta in modo da comporre un disegno, un’immagine. ( Wikipedia )

Chiese di Roma

Le chiese di Roma sono più di 900, dato che ne fa la città con più chiese al mondo; la loro storia accompagna quella della città da diciassette secoli, segnandone l’evoluzione religiosa, sociale ed artistica. BASILICHE PAPALI –  A Roma sono presenti quattro basiliche papali o patriarcali: la basilica di San Giovanni in Laterano, che è anche la cattedrale della città, la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di San Paolo fuori le mura e la basilica di Santa Maria Maggiore. Fino a metà del XIX secolo anche la basilica di San Lorenzo fuori le mura era patriarcale. A) La basilica di San Giovanni in Laterano fu fondata da Costantino I come la principale chiesa di Roma. Fu convertita allo stile barocco da Francesco Borromini. Fino al 1309 accanto alla Basilica si trovava la residenza dei Papi i cui resti sono ancora visibili nella cappella Sancta Sanctorum e alla Scala Santa. Fino al XIX secolo tutti i Papi furono incoronati in Laterano. Accanto alla Basilica è situato il palazzo del Laterano. È la cattedrale della diocesi di Roma. B) La basilica di San Pietro in Vaticano venne costruita in epoca costantiniana, ma prende la sua forma attuale dal Rinascimento e dal Barocco. Il suo altare principale si trova nel punto in cui, a seguito di scavi effettuati nel XX secolo, è stata trovata la tomba di san Pietro. Fra gli architetti che hanno costruito la chiesa nella sua forma attuale ci sono Raffaello, Michelangelo e Bramante. C) La basilica di San Paolo fuori le mura si erge sul luogo che la tradizione indica come quello della sepoltura dell’apostolo Paolo, al centro di un’antica locanda sulla strada per Ostia, la via Ostiense. L’edificio risale al IV secolo e fu ricostruito dopo l’incendio del 1823. D) La basilica di Santa Maria Maggiore fu fondata da papa Liberio nel posto attuale, dove la notte del 4 agosto 352 era nevicato. Questo miracolo fu interpretato dal Papa con il desiderio della Madonna che fosse costruita una chiesa nel posto del miracolo. Il 5 agosto viene ancora celebrata la Neve di Maria. In questa occasione “nevicano” bianchi petali dal tetto della chiesa, che sono raccolti dai pellegrini e portati ai malati. Famoso è il mosaico che risale alla costruzione dell’edificio attuale sotto papa Sisto III nel 440. Inoltre, la chiesa ospita la famosa immagine Salus Populi Romani e diverse tombe di importanti Pontefici Romani. Presso l’altare principale c’è, sotto una semplice lastra, la tomba di Bernini. Il suo campanile è il più alto di Roma.

Panopticon: Venti Saggi da Leggere in Dieci Minuti di Enzensberger

Proponendo nel medesimo volume le radici sia della filologia che dell’informazione sessuale, cosí come le inevitabili implicazioni dei privilegi e le analogie tra scienza e religione, l’autore non si limita a sfiorare superficialmente diversi aspetti dell’attualità, ma entra nel vivo per affrontarli con sagacia. L’intenzione è costantemente supportata da citazioni di esperti, da lui definiti «i miei santi protettori e garanti». Enzensberger tiene a sottolineare che il titolo trae ispirazione dal Panoptikum realizzato dal comico tedesco Karl Valentin a metà degli anni Trenta, un insolito gabinetto degli orrori e delle curiosità cui avvicinarsi senza porsi troppe domande. È proprio questo l’atteggiamento richiesto al lettore nell’accostarsi all’opera. Hans Magnus Enzensberger ( Kaufbeuren, 11 novembre 1929 ) è uno scrittore, poeta, traduttore ed editore tedesco. Ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt. Vive a Monaco. Ha scritto anche il libro: il mago dei numeri. In molte delle sue poesie Enzensberger adotta un registro ironico e sarcastico. Per esempio, la poesia “Classe media blues” è composta da un elenco di luoghi comuni tipici della classe media intervallati dalla frase “non ci possiamo lamentare” ripetuta svariate volte, e si conclude con “ma che stiamo aspettando ?” Molte di queste poesie, inoltre, trattano in modo polemico tematiche socio-economiche. Enzensberger ha vissuto molti anni nella Cuba di Fidel Castro. Benché sia principalmente un poeta e un saggista, Enzensberger ha realizzato anche opere teatrali, cinematografiche, radiodrammi, reportage, traduzioni, romanzi e libri per bambini. ( Wikipedia )

Zimmermann: I luoghi più strani del mondo antico

Scordatevi tutto ciò che pensate di conoscere sul mondo antico e preparatevi per un viaggio nei suoi luoghi piú inconsueti: dai giardini del piacere e le antiche biblioteche del Medio Oriente alle scuderie dorate nell’Egitto dei faraoni; dalle case infestate dai fantasmi di Atene ai covi dei pirati nelle montagne; dall’inquietante ombelico del mondo a Delfi a un luogo molto particolare nel lontano Occidente, là dove si può sentire un sibilo ogni volta che il sole sprofonda nel mare. Viaggerete nell’Hindukush, in India, in Mesopotamia, in Turchia, in Nordafrica, attraverso l’Europa, a nord oltre le isole Shetland e persino nell’Oltretomba. Lungo il cammino incontrerete la potente Eridu, che i Sumeri consideravano la prima città dell’umanità oppure, vicino ad Alessandria, la tomba perduta di Cleopatra. Un altro luogo strano che merita una visita è Apamea, la città degli elefanti da guerra nel Vicino Oriente, dove si allevavano decine di migliaia di animali utilizzati per equipaggiare gli eserciti. ( Tratto da Einaudi )

La Monarchia Asburgica

Monarchia asburgica è un termine storiografico convenzionale per designare l’insieme degli Stati governati dal ramo austriaco della Casa d’Asburgo e poi dalla Casa d’Asburgo-Lorena, sia interni che esterni al Sacro Romano Impero. Diversamente dalla corona imperiale – che era assegnata tramite elezione, venendo cinta dal capo del casato asburgico quasi ininterrottamente dal 1438 alla fine dell’Impero nel 1806 – la sovranità sugli Stati che componevano la monarchia asburgica si trasmetteva per via ereditaria. Spesso ci si riferisce a tale entità utilizzando la sineddoche Austria, poiché l’Arciducato d’Austria e la sua capitale Vienna ne rappresentavano il centro politico. La monarchia si sviluppò dalle terre ereditarie degli Asburgo (per lo più le moderne Austria e Slovenia), accumulate dal 1278. La monarchia crebbe nel 1526, quando l’arciduca Ferdinando, il fratello minore di Carlo V, fu eletto re di Boemia e di Ungheria a seguito della morte di Luigi II, il re di questi due Paesi, caduto in battaglia contro i turchi alla battaglia di Mohács. Da quel momento la monarchia crebbe fino al livello in cui poteva governare su più di mezza Europa, costituendo così uno dei più lampanti esempi di monarchia composita, ossia monarchia costituita da territori tra loro non contigui territorialmente. Nel 1804 l’imperatore Francesco II, presagendo il prossimo scioglimento del Sacro Romano Impero, per non perdere il titolo di imperatore fuse gli Stati della monarchia asburgica nell’Impero austriaco, che nel 1867 si trasformò nell’Impero austro-ungarico, caduto nel 1919. ( Wikipedia )

I Nibelunghi

«Nelle antiche leggende son narrate cose stupende di guerrieri famosi, imprese immense, di feste e di letizia, di lacrime e di pianto, di lotte d’audaci guerrieri; di ciò udrete narrar meraviglie» ( Traduzione di Laura Mancinelli )  La canzone dei Nibelunghi, anche nota come Il canto dei Nibelunghi o I Nibelunghi, titolo originale Nibelungenlied, è un poema epico scritto in alto tedesco medio nella prima metà del XIII secolo. Narra delle vicende dell’eroe Sigfrido alla corte dei Burgundi e la vendetta di sua moglie Crimilde, che porta ad una conclusione catastrofica e alla morte di tutti i protagonisti. Il poema andò perduto nel XVI secolo ed è giunto a noi in diversi manoscritti che presentano un insieme di differenze e varianti. Si compone di 2379 quartine di versi lunghi a rima baciata stanze, raggruppati e articolati in 39 canti detti avventure. I manoscritti furono recuperati nel XVIII secolo e divennero molto noti nell’Ottocento romantico ispirando, fra gli altri, Richard Wagner, che su di essi basò la sua celebre tetralogia L’anello del Nibelungo ( 1848-1874 ). Il Nibelungenlied è basato su temi eroici germanici precristiani ( la Niebelungensaga ), che includevano la narrazione, tramandata oralmente, di eventi storici realmente accaduti fra il V e VI secolo. La letteratura mitologica norrena ha un parallelo di questi temi nella Saga dei Völsungar e nella Atlakviða. L’autore del poema è un anonimo dell’area del Danubio, fra Passavia e Vienna, e ha composto l’opera fra il 1180 e il 1210, forse alla corte del vescovo di Passavia, Wolfger von Erla (in carica dal 1191 al 1204). Secondo molti studiosi l’autore era probabilmente una persona istruita della corte del vescovo e scriveva per i chierici e per i nobili di corte. È stato suggerito che l’autore possa essere uno tra Der von Kürenberg, Walther von der Vogelweide, Konrad von Fußesbrunnen o Bligger von Steinach, ma si tratta esclusivamente di ipotesi. ( Wikipedia )

Macchiaioli

Quello dei Macchiaioli è stato il movimento artistico italiano più impegnato e costruttivo dell’Ottocento. Formatosi a Firenze a partire dal 1855, nasce come reazione all’inerzia formale delle Accademie tenendosi anche in rapporto con i fermenti ideologici del Risorgimento nazionale. Il movimento macchiaiolo afferma la teoria della ‘’macchia’’ sostenendo che la visione delle forme è creata dalla luce come macchie di colore, distinte, accostate o sovrapposte ad altre macchie di colore. Consapevole di questa affermazione e svincolato da formalismi accademici, l’artista è così libero di rendere con immediatezza verista ciò che il suo occhio percepisce nel presente. Teorici e critici dei Macchiaioli furono Diego Martelli ed Adriano Cecioni che dettarono le regole basilari dello “stile”. Essi infatti si ritrovavano nel Caffè Michelangiolo, dove discutevano e riflettevano su tutte le tematiche artistiche.  La teoria della macchia precede cronologicamente le enunciazioni teoriche degli impressionisti francesi e, per alcuni aspetti, vi si avvicina. La teoria sostiene che l’immagine del vero è costituita da un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, che si possono rilevare tramite una tecnica chiamata dello specchio nero, mediante cioè uno specchio annerito con il fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali. Il termine Macchiaioli fu utilizzato dalla Gazzetta del Popolo per la prima volta nel 1862 in occasione di un’esposizione fiorentina. In realtà l’espressione fu coniata dal giornalista in senso denigratorio, ma i pittori oggetto della definizione decisero da allora in poi di adottare tale termine come identificativo del loro gruppo. ( Wikipedia )

Umberto Saba: Il Canzoniere

Originariamente in forma di manoscritto, ebbe prima pubblicazione nel 1921 in seicento esemplari col marchio “Libreria Antica e Moderna”, la libreria antiquaria aperta da Saba nel 1919. Ampliata nel corso degli anni, venne riedita diverse volte. Una prima edizione rivista si ebbe nel 1945 e una seconda nel 1948, a questa edizione fu riveduta dall’autore e vi aggiunse le sue ultime poesie, comprese sotto il titolo Mediterranee; venne pubblicato da Einaudi. a queste ne seguirono altre. Poco dopo la seconda edizione del Canzoniere, Saba scrisse una sorta di guida-commentario alla lettura dell’opera, pensando che sarebbe stata di difficile comprensione ai lettori. Il titolo è Storia e cronistoria del Canzoniere, qui il poeta parla di se in terza persona per poter interloquire con il lettore. In un’edizione postuma del 1961 vennero aggiunte anche nuove sezioni comprendenti precedenti raccolte pubblicate da Saba, come Il piccolo Berto (1929-1931), Versi militari (1908) e Trieste e una donna (1910-1912). L’edizione definitiva pubblicata da Einaudi nel 1965 in totale comprende tre corposi volumi, all’interno vengono riportati anche i libri composti negli ultimi anni di vita del poeta Uccelli, Quasi un racconto, Sei poesie per la vecchiaia ed Epigrafe; sempre in questa edizione si presenta il sonetto Da un Colle nella sua forma originale. Nel 1911 pubblicò, a proprie spese e con lo pseudonimo di Saba, la sua prima raccolta di versi, Poesie, con la prefazione di Silvio Benco, a cui fece seguito, nel 1912, nelle edizioni della rivista La Voce, la raccolta Coi miei occhi (il mio secondo libro di versi), successivamente reintitolata Trieste e una donna. Risale a questo periodo l’articolo Quello che resta da fare ai poeti, dove il poeta propone una poetica sincera, senza fronzoli ed «orpelli», contrapponendo il modello degli Inni Sacri manzoniani a quello degli scritti dannunziani, al tempo piuttosto influenti. L’articolo, presentato per la pubblicazione alla rivista vociana, venne però rifiutato in seguito al veto posta da Scipio Slataper, venendo pubblicato solamente nel 1959. Compose anche un’opera teatrale, l’atto unico Il letterato Vincenzo, concorrendo ad un premio organizzato dal Teatro Fenice; la pièce, incentrata sul rapporto tra un poeta e la giovane Lena, madre di suo figlio, fu duramente criticata e si rivelò un fiasco. Per superare un periodo di crisi dovuto ad un’infedeltà della moglie, nel maggio del 1913 il poeta si trasferì con la famiglia dapprima a Bologna, dove collaborò al quotidiano Il Resto del Carlino, e nel febbraio del 1914 a Milano, dove assunse l’incarico di gestire il caffè del Teatro Eden. Il soggiorno milanese ispirerà la raccolta La serena disperazione. ( Wikipedia )

 

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Stirner: un Vagabondo dello Spirito

In una delle risposte che Stirner riserva ai critici del suo Der Einzige und sein Eigenthum, ovvero quella diretta a Kuno Fischer, troviamo, implacabile e loquace, questa sentenza: « Feuerbach dimentica che l’“uomo” non esiste, che esso è un’astrazione arbitraria. Ma egli lo colloca come ideale. Qual meraviglia che l’“uomo” diventi allora un misterioso impersonale essere generico, corredato di forze misteriose».
In poche righe le fondamenta su cui poggia l’architettura antropologica costruita da Feuerbach nell’Essenza del cristianesimo cedono sotto il peso di una denuncia senza mezzi termini: «l’uomo come tale, l’uomo di per sé» – di cui Feuerbach ha cercato appunto di tracciare la consistenza essenziale – non esiste, è «un’astrazione arbitraria» e, dunque, priva di qualsivoglia valore oggettivo o fondamento ontologico. Lo spiazzante ammonimento che qui Stirner lancia a Feuerbach è estremamente rilevante: non solo perché, in qualche modo, preannuncia e introduce delle questioni sulle quali si soffermeranno autori quali Nietzsche e più tardi Foucault, ma poiché in esso si condensano diversi motivi polemici dell’Unico, i quali convergono in una generale critica dell’umanismo e della domanda a esso sotteso: «che cos’è l’uomo ?».
Si può dire che l’invettiva contro l’umanismo feuerbachiano e il liberalismo umanitario – che intorno a quello si andava formando all’epoca in
cui Stirner scrive – percorre tutta l’opera stirneriana, la cui prima parte è significativamente intitolata «L’Uomo». La specifica preoccupazione di Stirner di isolare e problematizzare l’apparentemente innocuo e, in fondo, legittimo interrogativo umanista e il desiderio teoretico che lo accompagna, è motivata dalla volontà di mostrare la palese complicità che questi tradiscono. ( Tratto da Unimi di Michele Mosca )

L’Attentato di Via Rasella a Roma

L’attentato di via Rasella fu un’azione della Resistenza romana condotta il 23 marzo 1944 dai Gruppi di Azione Patriottica ( GAP ), unità partigiane del Partito Comunista Italiano, contro un reparto delle forze d’occupazione tedesche, l’11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment “Bozen”, appartenente alla Ordnungspolizei ( Polizia d’ordine ) e composto da reclute altoatesine.

Le motivazioni dell’attentato sono diverse: secondo un’intervista resa nel 1946 dal gappista Rosario Bentivegna, «scuotere la popolazione, eccitarla in modo che si sollevasse contro i tedeschi»; secondo la deposizione di Giorgio Amendola al processo Kappler (1948), indurre i tedeschi al rispetto dello status di Roma città aperta smilitarizzando il centro urbano; secondo la Commissione storica italo-tedesca (2012), contrastare l’occupante e «scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava».

Fin dalle prime reazioni, l’attentato è stato al centro di una lunga serie di controversie ( anche in sede storiografica ) sulla sua opportunità militare e legittimità morale, che lo hanno reso un caso paradigmatico della «memoria divisa» degli italiani.

Nella tarda serata del 23, mentre già era in corso di compilazione la lista degli ostaggi da fucilare, Kappler diede ordine di cercare gli attentatori, ma senza curarsi dell’esecuzione di tale direttiva e senza attivare la polizia italiana; secondo la sentenza di primo grado del processo a suo carico (1948), «La ricerca degli attentatori non costituì l’attività prima del comando di polizia tedesca, ma fu effettuata in maniera blanda come azione marginale e successiva alla preparazione degli atti di rappresaglia». Né la radio tedesca né quella repubblichina diedero notizia dell’attentato (fu anzi diramata una velina con l’ordine di non parlarne).

Nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, compiuto il 24 marzo, furono uccisi quasi tutti i detenuti nelle carceri di via Tasso e Regina Coeli, tra cui il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e Pilo Albertelli, comandanti rispettivamente della resistenza militare e delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione. Soltanto il giorno dopo, a mezzogiorno del 25 marzo, i tedeschi diedero (assieme alla notizia di avere già eseguito la rappresaglia) notizia ufficiale dell’attentato, mediante la pubblicazione sui giornali del seguente comunicato, che era stato emanato dal comando tedesco di Roma alle 22:55 del 24 marzo:

«Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bomba contro una colonna tedesca di Polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata, 32 uomini della Polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano.

Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo-tedesca nuovamente affermata. Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito.» ( Fonte: Wikipedia )

Il Pinocchio reinterpretato da Dossi & Motta

Il Pinocchio dell’editore Renato Bianconi è disponibile ancora oggi grazie alla Casa editrice Cliquot. A Collodi, Bianconi ha soltanto chiesto in prestito il personaggio, l’ambientazione e i personaggi comprimari: per il resto, il burattino disegnato da Sandro Dossi vive avventure a sé stanti. Non è dunque una trasposizione a fumetti del romanzo ma ne utilizza i protagonisti e l’universo narrativo per dar vita a storie del tutto nuove: naturalmente semplici e ilari come da tradizione bianconiana. Il Pinocchio bianconiano comparve in edicola tra il 1974 e il 1980, sull’onda del successo dello sceneggiato televisivo firmato da Luigi Comencini, dopo che si erano liberato i diritti del personaggio. 

STORIA EDITORIALE: Nel 1973, a seguito dell successo dello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio dell’anno precedente, Alberico Motta, insieme ai colleghi fumettisti delle Edizioni Bianconi, Sandro Dossi e Pierluigi Sangalli, propose all’editore una serie a fumetti ispirata al personaggio di cui, tra l’altro, erano anche da poco scaduti i diritti d’autore.

La serie venne pubblicata come albo a fumetti per 95 numeri suddivisi in due serie dal 1974 al 1980. Testi e disegni sono prevalentemente di Tiberio Colantuoni e Alberico Motta con collaborazioni di Pierluigi Sangalli e Sandro Dossi; dal 1976 le storie vengono affidate a Nicola Del Principe che introduce nella testata altri personaggi tra cui Lupo Gianni, Polibio, Lion Rock e Lillone. Dopo la conclusione, la serie venne ristampata nel 1983 nella collana R.A.F.; nel 1988 alcune storie vennero ristampate nella nuova testata omonima che venne pubblicata dal 1988 al 1993 per 16 numeri. ( Wikipedia )

La Certosa di Trisulti

Una prima abbazia benedettina fu fondata nel 996 da san Domenico di Sora: di essa restano alcuni ruderi a poca distanza dall’odierno complesso. L’abbazia attuale fu costruita nel 1204 nei pressi della precedente, ma in un sito più accessibile, per volere di papa Innocenzo III dei conti di Segni e fu assegnata ai Certosini. La chiesa abbaziale di San Bartolomeo fu consacrata nel 1211. Il nome Trisulti deriva dal latino tres saltibus che è il nome con cui veniva chiamato un castello del XII secolo gestito dai Colonna e che dominava i tre valichi ( i “salti” ) che immettevano rispettivamente verso l’Abruzzo, verso Roma e verso l’area meridionale dello Stato della Chiesa. Tale castello è andato distrutto, ne rimangono alcune rovine. In seguito il nome si estese a tutta la zona situata su tre appendici (tres saltibus) del monte Rotonaria. Il complesso nel corso dei secoli è stato ampliato e modificato più volte, e si presenta attualmente con forme essenzialmente barocche. Nel 1947 è passato alla Congregazione dei Cistercensi di Casamari. La chiesa è dedicata alla la Vergine Assunta, a san Bartolomeo e al fondatore dei certosini san Bruno ed è stata più volte rimaneggiata, cosicché all’originaria struttura gotica si è sovrapposto un impianto decorativo barocco; la facciata è del 1798 ed è stata realizzata dall’architetto Paolo Posi. L’interno è suddiviso da un’iconostasi in due parti: quella dei conversi e quella dei padri, conformemente alla tradizione certosina. Alla base dell’iconostasi trovano posto i resti di due martiri cristiani, in seguito vestiti da cavalieri. Notevoli i due cori lignei: uno, del 1564, è opera del certosino Mastro Iacobo, mentre l’altro è stato realizzato nel 1688 per opera del certosino fratello Stefano. Nella chiesa sono conservate pregevoli opere pittoriche di Filippo Balbi, tra cui un dipinto sulla strage degli innocenti. Gli affreschi della volta, raffiguranti una Gloria del Paradiso, sono stati realizzati da Giuseppe Caci nel 1683; sua è anche la pala d’altare che raffigura una Madonna in trono con il Bambino e i santi Bartolomeo e Bruno.

Sommergibile Ammiraglio Millo

Dal maggio all’ottobre 1941 fu impegnato nell’addestramento dell’equipaggio, divenendo effettivamente operativo il 15 settembre. Per via delle sue grandi dimensioni fu adibito al trasporto di rifornimenti. Il 6 marzo 1942 fu dislocato a sudest di Malta nell’ambito dell’operazione «V. 5», a protezione di un convoglio italiano carico di rifornimenti diretti in Libia (il Millo, assieme ad altri sommergibili, avrebbe dovuto attaccare delle eventuali unità di superficie partite da Malta per attaccare il convoglio). Sei giorni dopo, non avendo trovato navi nemiche, intraprese la navigazione di rientro. Alle 13.23 del 14 marzo, mentre, proveniente da Capo dell’Armi, navigava a zig zag in superficie alla volta di Taranto per rientrare in porto, fu avvistato dal sommergibile britannico Ultimatum, che gli lanciò una sventagliata di quattro siluri: due delle armi andarono a segno rispettivamente a centro nave e a poppavia della torretta, provocando il repentino affondamento del Millo in posizione 38°27′ N e 16°37′ E (al largo di Punta Stilo). Affondarono con il sommergibile il comandante Amato, altri due ufficiali e 52 fra sottufficiali e marinai ( altre fonti indicano un totale di 57 vittime ), mentre il comandante in seconda tenente di vascello Marcello Bertini (che nel dopoguerra scrisse per l’ufficio storico della marina un fondamentale testo sui sommergibili italiani in Mediterraneo), altri tre ufficiali, due sottufficiali e otto marinai furono tratti in salvo ( e catturati ) dall’Ultimatum. Un ultimo sopravvissuto, il sergente elettricista Lingua, fu salvato da una barca partita dalla costa ( da dov’era stato visto l’affondamento ) alle 14.08. ( Wikipedia )

Napoleone & L’Industria Tessile nel Salernitano

Durante il regno di Gioacchino Murat (1808-1815) alcune famiglie svizzere avviarono l’industria tessile nell’Agro Nocerino Sarnese. Il principale motivo di questa emigrazione è l’embargo Napoleonico ai produttori ed esportatori inglesi ed americani, che danneggiava indirettamente i tessitori svizzeri. Questi avevano convenienza a trasferire le loro produzioni nel sud Italia, dove trovavano fiumi (per la forza motrice), mano d’opera contadina, già esperta di tessitura che era presente in zona in forma di artigianato e produzione domestica, ed estese coltivazioni di cotone. Inoltre, dapprima il regno napoleonico, e in seguito quello borbonico, applicarono diversi incentivi economici. Gli stabilimenti delle Manifatture Cotoniere Meridionali di Fratte di Salerno.
Nel 1835[2] l’area dell’Irno presentava dunque già una certa concentrazione di industria tessile. Federico Alberto Wenner, un industriale svizzero, giunto a Salerno nel 1829, fonda insieme ad altri suoi connazionali le industrie tessili di Fratte di Salerno. Nel 1918 vengono nazionalizzati gli stabilimenti, con il nome di Manifatture Cotoniere Meridionali s.p.a., che nel frattempo erano passate al figlio Roberto Wenner. Oltre all’industria di Fratte il gruppo comprendeva gli stabilimenti campani di Poggioreale, Angri, Nocera, Piedimonte, Pellezzano e il Cotonificio di Spoleto. ( Wikipedia )

La Via della Sete

Le “Vie della Sete” sono i sentieri tortuosi percorsi da Ardito Desio durante le scorribande scientifiche che fece, a partire dal 1926, fino al 1940. Nel 1930 Ardito Desio visitò, per scopi geologici, la Cirenaica e la Sirtica e nel 1931, per incarico dell’Accademia d’Italia presieduta da Guglielmo Marconi, attraversò il Sahara libico con una grande carovana di cammelli, rientrando alla costa attraverso il Fezzan orientale. Anche in questa occasione compì studi di carattere geologico e geomorfologico, pubblicati in quattro volumi. Nel 1932 visitò a scopo geologico il retroterra cirenaico fra le oasi di Giarabub, Gialo, Marada e la costa del Mediterraneo. Nel 1933 diresse una spedizione italiana che operò nell’Iran, scalando per la prima volta parecchie cime superiori a 4000 m nella catena dello Zagros e il Demavend ( 5771 m ) per il versante ovest. In questa occasione segnalò la presenza di piccoli ghiacciai in quel paese. Dal 1936 venne incaricato dal governo della Libia di creare il Museo Libico di Storia Naturale e di dirigere le ricerche geologico-minerarie e di acque artesiane nel sottosuolo. Scoprì un giacimento di sali di magnesio e potassio (carnallite) nell’oasi di Marada e l’esistenza di idrocarburi nel sottosuolo libico, estraendo nel 1938 i primi litri di petrolio. Il programma di ricerche petrolifere per il triennio successivo – da sviluppare con il concorso dell’AGIP – prevedeva, nel quadro dei suoi studi sull’intero territorio libico (sintetizzati nella sua carta geologica di tutta la Libia), indagini nella Sirtica, da lui studiata per la prima volta dal punto di vista geologico, ed è proprio in quell’area che vari anni dopo vennero trovati da società statunitensi i maggiori giacimenti di idrocarburi della Libia. Lo scoppio della guerra impedì lo sviluppo di tale programma: comunque, prima di lasciare quel paese, 18 dei pozzi perforati per ricerche idriche davano manifestazioni di petrolio. Nel 1936 individuò una ricchissima falda acquifera artesiana che venne impiegata per l’irrigazione di vaste aree della provincia di Misurata e che consentì la colonizzazione e la trasformazione agraria di quel territorio semidesertico. Nello stesso anno prese parte al primo volo sul massiccio del Tibesti (Sahara Orientale) e lungo i confini meridionali della Libia, organizzato dal governatore Italo Balbo. Nello stesso anno effettuò l’esplorazione geologica del Fezzan (per incarico della Società Geografica Italiana), di cui illustrò per la prima volta la costituzione geologica. Nel 1937 e 1938 effettuò due missioni geologico-minerarie nell’ovest etiopico (Uollega e Beni Shangul) fra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, ove trovò giacimenti di oro, molibdenite e mica. La sua missione venne assalita dai ribelli perdendo parecchi uomini, fra i quali due dei cinque italiani. Nel 1940 diresse una spedizione geologica nel Tibesti, esplorandone il settore nord-orientale. Nello stesso anno organizzò e diresse anche una missione geologico-mineraria in Albania (bacino del Drin Nero) per ricerche di platino, missione interrotta dalle vicende belliche. ( Wikipedia )

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Un Catalogo di 500 Libri Rari by Libreria Aiace Roma Montesacro

Sapegno: La Divina Commedia

Ed è appunto nel buon padre Dante che ora mi raccolgo anch’io: e leggo l’Inferno adagio adagio con pazienza di analisi minuta piena d’amore, quell’analisi che s’attarda sul significato e sul valore di ogni verso, di ogni parola, d’ogni mossa dantesca. E quando, sorgendo da questa visione analitica, mi rileggo o mi ridico gli interi canti, sento maggiore e più ricca la loro coesione sintetica meravigliosa: solo vedendo tutta l’infinita abbondanza dei particolari, la sintesi ci parrà poi ricca e piena, non di poco ma di molto – non la vacua unità del punto senza dimensioni, ma la solida unità della sfera con tutto l’infinito suo.
Lettera di Natalino Sapegno a Carlo Levi, settembre 1920 (Fondazione N. Sapegno)

Il colloquio di Sapegno con Dante, annunciato in quella lettera, continuerà per tutta la sua vita. Il celebre commento alla Commedia ( 1955-57 ), preparato da precoci recensioni e, successivamente, da approfonditi corsi universitari, racchiude alla metà degli anni Cinquanta una riflessione critica durata più di trent’anni.

Ad esso soprattutto la memoria collettiva lega l’immagine stessa di Sapegno dantista, come testimoniano le innumerevoli ristampe delle diverse edizioni che, continuamente aggiornate, hanno fatto conoscere fino agli anni Novanta il capolavoro dantesco agli studenti italiani.
La diffusione di quel commento, seguito da numerosi altri saggi, interventi e articoli dedicati all’Alighieri, ha fatto di Sapegno il maggior ambasciatore di Dante nel mondo.

In occasione del centenario dantesco del 1965 il critico fu infatti chiamato a tenere numerose conferenze in Italia (Ravenna, Padova, Ferrara, Verona) e all’estero: Cambridge, Manchester, Oxford, Londra, Praga, Parigi, Harvard e Yale. In quest’ultima università Sapegno affidò alle nuove generazioni il testo e il messaggio del «padre Dante»:
È accaduto a Dante […] di essere colui che attesta i valori della civiltà passata, quei valori che meritano di essere conservati come un retaggio, ai quali
l’umanità ritornerà dopo il momento della crisi e della rottura. […] Ora, certi valori che sono alla radice dell’invenzione stessa dell’opera dantesca […] sono valori che la civiltà di oggi viene a poco a poco e lentamente ricuperando, dopo e attraverso secoli di fratture violente, di lacerazioni, di lotte, di distruzione. E in questo senso noi ci auguriamo che il messaggio dantesco possa ancora parlare come parla agli uomini di tutte le parti del mondo; che la parola di Dante continui ad essere così com’egli la voleva, qualcosa di più di un puro messaggio poetico: non soltanto una parola bella, ma una parola persuasiva e vivente.
N. Sapegno, Come nasce la «Commedia», Yale, 16 ottobre 1965

 

Nascita e Morte della Massaia

“Nascita e morte della massaia” è il terzo romanzo di Paola Masino e sarà anche l’ultimo perché altri tentativi non verranno conclusi e altra produzione insieme ad altre attività, scrittura privata, diari, racconti, poesie, giornalismo, libretti d’opera, traduzioni, cura della pubblicazione delle opere del compagno Massimo Bontempelli dopo la sua morte, impegni sociali, viaggi, assorbiranno l’interesse della scrittrice.

Nella “Massaia” essa continuerà, nella maniera fantastica, immaginaria che le è propria, con i temi già comparsi nelle narrazioni precedenti, il difficile rapporto tra antico e nuovo, la fine dell’unità originaria tra gli elementi della vita, il contrasto tra realtà e idea, materia e pensiero, razionale e irrazionale, vita e morte, uomo e Dio. Erano temi derivati dalla precedente cultura decadente, dal suo esasperato soggettivismo, dal suo interesse per la vita interiore, quella dell’anima, dello spirito. Essi venivano continuati dagli autori dell’Occidente europeo del tempo con un fervore uguale a quello del loro comparire ed una partecipazione che avrebbe reso quegli anni tra i più importanti della storia letteraria per i risultati ottenuti nella cultura, nell’arte, nel pensiero. La Masino aveva saputo di tali temi durante la sua formazione da autodidatta, nelle sue estese letture e tramite la conoscenza diretta di molti di quegli autori italiani e stranieri. Questa era avvenuta grazie alla sua relazione col Bontempelli iniziata nel 1927 e mai smessa. Insieme saranno a Parigi, Firenze, Roma, Milano, Napoli, Venezia, scriveranno sulle stesse riviste, lui sarà uno dei personaggi del momento e lei risentirà pure del suo famoso “realismo magico”. Anche questo sarà un motivo che ridurrà la figura della Masino e il significato delle sue opere presso la critica. Ma come per ogni autore anche per lei, di là da ogni influenza particolare e da ogni atmosfera diffusa, va riconosciuta una propria individualità, va precisato che la sua produzione dice soprattutto di suoi problemi, di sue urgenze. In “Nascita e morte della massaia” il fenomeno è più evidente dal momento che qui i problemi sono vissuti e sofferti da una donna. Una donna immaginata come cresciuta, formatasi da sola, di nascosto, leggendo, pensando, vivendo d’idee. Le circostanze, invece, la faranno venire a contatto con l’esterno, con la realtà. La accetterà, accetterà un marito, una casa diversa dalla sua, più grande, con tante stanze, tanto spazio intorno, terreni, boschi, e tanta servitù, diventerà la “massaia” capace di governare una proprietà così vasta, abile nelle relazioni con altri ricchi proprietari e con le autorità, ma non smetterà di sentire il richiamo di quelle idee che l’avevano aiutata a crescere, le avevano fatto credere in una vita soltanto interiore. Le cercherà, penserà di averle trovate nel “giovane bruno”, poi in una ragazza, si legherà ad essi ma saranno ancora i nuovi interessi, le nuove occupazioni a prenderla, sarà la realtà, la materia ad obbligarla. Rifiuterà, tuttavia, di avere un figlio per non sentirsi ridotta al solo corpo, a materia che genera materia. Divisa rimarrà tra la nuova e la vecchia situazione, giungerà a non sapere più come, cosa fare e accetterà la morte come ultima possibilità di riscatto dalla venalità della vita, come estremo tentativo di tornare allo spirito. ( Tratto da EDScuola )

 

Chin P’ing Mei

Il Chin P’ing Mei racconta una storia coniugale ricca di complicazioni quanto può esserlo quella d’un uomo con sei mogli. Protagonista del romanzo, più che il dissoluto e disonesto Hsi-Mên, è Loto d’Oro, la Quinta Moglie, una donna che non bada a scrupoli per soddisfare le sue bramosie e le sue ambizioni e che non si dichiara mai vinta. Intorno a lei, la dolce e saggia Madama Luna, la Prima Moglie, che rappresenta un po’ la morale del romanzo, e il patetico personaggio di Madama P’ing, leggera ma fondamentalmente sana, e il cacciatore di tigri Wu Sung, e la mezzana Madre Wang, e una folla di minori, fino ai due malandrini Biscia e Topo di Fogna.
Il primo a scoprire il Chin P’ing Mei in Italia fu Arrigo Cajumi, che all’uscita della traduzione francese, cosi scriveva: «Certo, dalle Mille e una notte in poi, non avevamo letto nulla di più gustoso nello stesso genere».
Illustrano il volume quindici preziose tavole a colori tratte da classici inediti della pittura cinese coeva del romanzo. ( Tratto da Libreria Editrice Ossidiane )

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Aggiornato al 28 Dicembre 2024

 

Libri di Storia by Libreria Aiace Roma Montesacro

Le prigioni di Hitler. Il sistema carcerario del Terzo Reich

II sistema delle prigioni di Stato fu un ingranaggio fondamentale nella grande macchina del terrore organizzato nel Terzo Reich. In esse vennero incarcerate centinaia di migliaia di persone, oppositori politici e coloro che dovevano essere allontanati dalla società per motivi razziali: per la maggior parte del periodo in cui il partito nazista rimase al comando, in questi luoghi venne rinchiuso un numero ben più alto di persone di quante non si trovassero nei campi di concentramento. Attraverso il racconto delle storie toccanti di quanti vi furono rinchiusi, lo storico del nazismo Wachsmann descrive l’organizzazione e le funzioni delle prigioni nella Germania di Hitler, e grazie a una lunga indagine condotta tra materiali di archivio, molti dei quali inediti, traccia la storia dell’evoluzione del sistema penale, racconta gli abusi razziali, la violenza brutale, la schiavitù, gli omicidi di massa, la complicità di tutti i funzionari penali con il partito, e discute il modo in cui il sistema carcerario è stato trasformato in Germania dopo la guerra.

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La Storia della Radio dal 1924 al 1933

Il 6 Ottobre del 1924 nasce in Italia la prima trasmissione radiofonica. La voce è quella di Maria Luisa Boncompagni. È un programma ancora scarno, composto di musica operistica, da camera e da concerto, di un bollettino meteorologico e notizie di borsa. L’URI, Unione Radiofonica Italiana, prima società concessionaria della radiodiffusione in Italia, viene fondata il 27 Agosto 1924 come accordo tra le maggiori compagnie del settore: Radiofono, controllata dalla compagnia Marconi, e SIRAC ( Società Italiana Radio Audizioni Circolari ). L’Agenzia giornalistica Stefani è designata dal governo come l’unica fonte delle notizie che l’URI può trasmettere. Si tratta della prima agenzia di stampa italiana nata a Torino nel 1853, voluta da Cavour come portavoce della sua politica. Nel 1924 diventa proprietà di un fedelissimo di Mussolini, Manlio Morgagni che ne fa un potente strumento di regime.

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Chi ha ucciso Pecorelli ?

Il 20 marzo 1979 è stato ucciso Mino Pecorelli, giornalista con il fiuto dell’inchiesta vera, capace di scavare nel torbido degli Anni di Piombo, dalla strage di piazza Fontana al sequestro Moro. Sull’omicidio e i presunti mandanti sono stati versati fiumi d’inchiostro che hanno coinvolto personaggi legati a filo doppio a politica, servizi segreti, Banda della Magliana, banche, mafia, NAR. Andreotti, Licio Gelli, Claudio Vitalone, Massimo Carminati, Pippo Calò e tanti altri. Tutti – o quasi – i protagonisti di un’epoca che ancora ha molto da raccontare e molto di più da nascondere. Eppure, una cosa fondamentale è sempre stata tralasciata in questi quarant’anni: chi ha ucciso Mino Pecorelli ? Nella ricerca del movente e di quel «grande vecchio» che avrebbe manovrato tutto e tutti, si è persa di vista la cosa più importante: la morte di un uomo. Un delitto che, ancora oggi, non ha un colpevole.

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Majdalany: la Battaglia di Cassino

Nel gennaio del 1944, nel pieno dell’inverno, con le strade trasformate in piste di fango, gli alleati si prepararono ad assaltare una nuova linea di difesa messa in piedi dai tedeschi. Era stata battezzata “Linea Gustav” e correva dal Tirreno fino agli Appennini a una distanza di circa 130 chilometri da Roma. Per gli alleati si trattava dell’ennesima operazione contro l’ennesima postazione tedesca che erano convinti sarebbe stata abbandonata dopo i primi giorni di tenace resistenza. Non sapevano che in realtà tutta le battaglie dei mesi precedenti erano state soltanto una strategia per guadagnare tempo mentre la nuova linea veniva fortificata. Il cardine della difesa tedesca era la città di Cassino, ai piedi dell’abbazia più antica del mondo.

Nel 1944 Cassino era una piccola città di alcune migliaia di abitanti alla confluenza di due importanti strade, tra cui la statale 6, la via più facile per arrivare a Roma. La disposizione delle colline intorno alla città e il crocevia delle strade la rendeva una posizione strategicamente ideale per la difesa. Nel corso dell’inverno del 1943 i tedeschi avevano fatto di tutto per rendere questa posizione ancora più imprendibile. Trincee, gallerie sotterranee e posizione di artiglieria erano state scavate nella roccia delle colline con l’aiuto della dinamite. Carri armati e altri veicoli vennero nascosti all’interno degli edifici della città, mentre mine e altre trappole esplosive vennero sparse su tutto il territorio circostante.

Il 17 gennaio gli alleati lanciarono il primo attacco e subirono immediatamente una prima sconfitta. Per i 129 giorni successivi, senza dimostrare molta fantasia, i comandanti alleati continuarono a lanciare un assalto dietro l’altro contro il punto più munito di tutta la difesa tedesca. Oltre che di migliaia di uomini, Cassino divenne presto la tomba per la reputazione di molti generali americani e inglesi. ( Tratto da IlPost.it )

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Abbecedario del Carabiniere

La sezione “Non tutti sanno che …” raccoglie una serie di nozioni, fatti e curiosità del “mondo”, della storia dell’Arma, che vogliamo far conoscere con un duplice intento: da una parte, quello di fornire una diversa lettura della nostra storia, raccontandola attraverso la nascita e l’evoluzione dei suoi “oggetti” (le uniformi, gli stemmi, ecc.) e dei suoi reparti, ad indicare la straordinaria capacità dell’Istituzione di adeguarsi al progresso e di interpretarne le esigenze; dall’altra, anche mediante il ricordo degli autori di alcuni fatti di cronaca o d’arme, quello di evidenziare come l’Arma, riflesso “fedele” delle vicende del nostro Paese, sia sempre stata presente in ogni settore della vita sociale sin dalla sua istituzione. Certamente non tutti sanno che Garibaldi, “l’eroe dei due mondi”, è stato arrestato dai Carabinieri; che il blu dei nostri “pennacchi” sta a rappresentare la nobiltà dell’Istituzione ed il rosso è il simbolo del sacrificio, anche se il significato di questi colori non è stato mai spiegato in alcun trattato di uniformologia, né in alcun compendio storico dell’Arma; che la coccarda dipinta da Sebastiano De Albertis sulla lucerna dei Carabinieri nella “Carica di Pastrengo” non è tricolore, ma azzurra, essendo stato introdotto il tricolore due mesi dopo il 30 aprile 1848; che non è stato D’Annunzio ma il capitano Cenisio Fusi a coniare il motto “Nei secoli fedele”; ma certamente questa è per molti l’occasione per approfondire le proprie conoscenze sull’Arma e per soddisfare alcune curiosità.

E’, in definitiva, un dizionario storico per la conoscenza dell’Arma, la revisione e l’ampliamento dell'”Abbecedario del Carabiniere” di Paolo Di Paolo ( volume edito dall’Ente Editoriale per l’Arma dei Carabinieri )

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La Colomba e la Spada – Antiamericanismo PCI

La strutturazione di un antiamericanismo di massa in Europa Occidentale ha rivestito un ruolo essenziale nella politica di potenza sovietica quale espressione delle iniziative del Kominform volte a contrastare, nei primi anni della guerra fredda, l’integrazione politica, militare e socio-economica tra Europa e Stati Uniti.
Prendendo in esame il caso italiano e sulla base di una ricchissima documentazione, questo lavoro esplora le diverse articolazioni di un modello di mobilitazione politica, la «lotta per la pace», i cui caratteri sono il riflesso dell’evoluzione del bolscevismo internazionale degli anni Venti e Trenta.
Attraverso l’analisi delle direttive strategiche, dei momenti organizzativi, dei linguaggi e dei costrutti simbolici utilizzati dal Pci in ambiti quali le proteste e i movimenti di piazza, le organizzazioni frontiste, la propaganda nell’esercito, il lavoro culturale e l’arte emergono i contorni di una sensibilità ideologico-politica che ha sedimentato il «pensiero della guerra» , e il contestuale ripudio del pacifismo , come meccanismo normativo ed elemento fondante di cultura politica. ( Tratto da Rubbettino Editore )

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Tortura – Storie dell’occupazione nazista e della guerra civile 1943-1945

Attraverso fonti inedite depositate in archivi pubblici e privati Mimmo Franzinelli ripercorre il diverso uso della tortura da parte dei militari germanici e dei vari gruppi armati della Rsi, raccontando i più famigerati luoghi di sevizie, ma anche alcuni personaggi che seppero eroicamente resistere a ogni pressione. Senza nascondere che proprio grazie a questi trattamenti disumani si riuscì a infliggere danni enormi alla rete clandestina antifascista. Vengono inoltre spiegate le tecniche impiegate dalla Banda Koch, dalla Legione Muti e dai principali gruppi speciali di polizia. Si racconta di staffette partigiane cadute nelle mani del nemico, ma anche delle sevizie praticate da taluni partigiani, in violazione delle stesse norme stabilite dal CLN in materia di trattamento dei prigionieri. E nelle pagine finali si spiega come, grazie all’“amnistia Togliatti”, molti “torturatori efferati” l’abbiano passata liscia, senza rispondere penalmente dei loro crimini. Basato su imponenti fonti d’epoca, questo importante saggio storico descrive e interpreta un fenomeno di gravità eccezionale e di un’estensione superiore a quanto comunemente creduto. ( Tratto da Mondadori )

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La Grande Accelerazione – Una storia ambientale dell’Antropocene dopo il 1945

La Terra è da poco entrata in una nuova era, in cui l’uomo condiziona sempre piú massicciamente l’ecologia globale: il periodo piú anomalo nella storia della nostra relazione con la biosfera. Dalla metà del XX secolo, il ritmo accelerato dell’uso di energia, le emissioni di gas serra e la crescita della popolazione hanno spinto il pianeta dentro un gigantesco esperimento incontrollato. I numeri sono impressionanti: piú di tre quarti dell’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera ha avuto luogo dal 1945 a oggi; nello stesso periodo il numero di veicoli a motore è cresciuto da 40 a 800 milioni, la popolazione del pianeta è triplicata e gli abitanti delle città sono passati da 700 milioni a 3,5 miliardi. Un gigantesco terremoto ecologico, del quale La Grande accelerazione spiega cause e conseguenze, evidenziando il ruolo dei sistemi energetici, nonché gli andamenti dei cambiamenti climatici, ambientali e urbani. Finora, gli uomini non hanno mai gestito i cicli biogeochimici del pianeta. Ma se provassimo a controllare questi sistemi attraverso la geoingegneria, inaugureremmo un’altra fase dell’Antropocene. Quali che ne siano gli esiti. ( Tratto da Einaudi )

Svetonio: Le Vite dei Cesari

Le vite , scritte durante il regno dell’imperatore Adriano[1], furono dedicate al prefetto del pretorio C. Setticio Claro[2] e comprendono: Libro I: Cesare; Libro II: Augusto; Libro III: Tiberio; Libro IV: Caligola; Libro V: Claudio; Libro VI: Nerone; Libro VII: Galba, Otone, Vitellio; Libro VIII: Vespasiano, Tito, Domiziano.
Nell’analisi di ciascun imperatore, Svetonio segue uno schema che, anche se modificabile a seconda delle esigenze dell’autore, rimane sempre lo stesso: descrizione delle origini familiari, carriera prima dell’assunzione del potere, vita pubblica e provvedimenti relativi a Roma, vita privata, aspetto fisico e ultimi giorni prima della morte.
Come membro della corte imperiale, Svetonio utilizzò gli archivi imperiali per ricercare le testimonianze oculari e non, decreti, senatus consulta, verbali del Senato, le perdute opere di Gaio Asinio Pollione e Cremuzio Cordo e le Res Gestae Divi Augusti. Ebbe, quindi, a disposizione fonti di prima mano, anche se si servì anche di fonti non ufficiali, come scritti propagandistici e diffamatori e anche testimonianze orali, al fine di alimentare quel gusto per l’aneddoto e il curioso a cui egli dedica ampio spazio e che alcuni gli ascrivono come difetto e altri come pregio.
Sebbene, inoltre, non fosse mai stato un senatore, Svetonio sposò il punto di vista del Senato romano che aveva avuto molti conflitti con i primi imperatori. Ciononostante la sua opera riveste un ruolo importante: ad esempio, è la fonte principale per la vita di Caligola e su altri aspetti in cui mancano altre fonti, come Tito Livio o Tacito. ( Wikipedia )

 

La Storia del Fascismo

All’indomani della prima guerra mondiale il Regno d’Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa 1.500.000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell’Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.  Il sorgere del Regno di Jugoslavia alle frontiere orientali pose una pesante e decisiva ipoteca sulle idee di irredentismo italiano, con l’acquisizione dei territori promessi e inclusi nel patto di Londra: gli altri Alleati si erano appoggiati ai quattordici punti del presidente statunitense Woodrow Wilson per assegnare al Regno di Jugoslavia stesso ( in slavo SHS, Srbija-Hrvatska-Slovenija ) la Dalmazia, Fiume ( che secondo il trattato del 1915 sarebbe dovuto restare all’Impero austro-ungarico o, in subordine, a un piccolo Stato croato ) e l’Istria Orientale. La città – dal canto suo – aveva espresso fin dagli ultimi fuochi della guerra la volontà di essere riunita all’Italia, ponendo così il governo di Roma nell’imbarazzo di dover accettare i voti della cittadinanza fiumana e contemporaneamente entrare in urto con Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America e Regno di Jugoslavia. Infine, nonostante la fine delle ostilità con gli Imperi centrali, l’Italia restava coinvolta nella campagna di Albania, dai contorni incerti e dagli obiettivi ancora più incerti, mentre il Montenegro, stato vincitore della guerra e col quale l’Italia per motivi dinastici e strategici intratteneva rapporti privilegiati, veniva annesso alla Jugoslavia con il consenso delle altre potenze alleate e ciò venne recepito come un’altra grave ferita alla politica adriatica italiana. ( Wikipedia )

 

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Operazione Barbarossa

Operazione Barbarossa ( in tedesco Unternehmen Barbarossa ) fu la denominazione in codice tedesca per l’invasione dell’Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale; tale nome fu ispirato dalle gesta dell’imperatore Federico Barbarossa. L’attacco, previsto originariamente per il 15 maggio 1941, venne posposto da Hitler prima al 27 dello stesso mese e successivamente al 22 giugno, a causa del colpo di Stato anti-tedesco di Belgrado. Fu la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi; il fronte orientale, aperto con l’inizio dell’operazione, fu il più grande e importante teatro bellico dell’intera seconda guerra mondiale e vi si svolsero alcune tra le più grandi e sanguinose battaglie della storia. Nei quattro anni che seguirono l’apertura delle ostilità tra Germania e Unione Sovietica, decine di milioni di militari e civili persero la vita o patirono enormi sofferenze, sia a causa degli aspri e incessanti scontri sia delle condizioni di vita miserevoli in cui vennero a trovarsi. L’operazione, iniziata meno di due mesi dopo il deludente risultato della battaglia d’Inghilterra, avrebbe dovuto costituire un punto di svolta decisivo per assicurare la vittoria totale del Terzo Reich e il suo predominio sul blocco continentale eurasiatico, ma il suo fallimento, assorbendo buona parte delle risorse umane, economiche e militari della Germania, provocò la sua completa disfatta.

La politica estera teorizzata da Hitler poggiava sul concetto del Lebensraum, lo “spazio vitale” destinato al popolo tedesco; esso doveva essere ricavato dall’annessione di territori a est della Germania, abitati da coloro che erano definiti Untermenschen, sub-umani; queste popolazioni comprendevano gli slavi e i bolscevichi sovietici ma anche gli ebrei, gli zingari e qualunque razza o etnia differente da quella ariana, e il loro destino avrebbe dovuto essere quello contenuto nel Generalplan Ost, il progetto che mirava a dare attuazione alle teorie del Führer in materia del nuovo ordine delle relazioni etnografiche nei territori occupati quali il genocidio, l’espulsione, la riduzione in schiavitù e la germanizzazione.

Ecco quanto scriveva in proposito lo stesso Hitler prima ancora di salire al potere, nel famoso libro Mein Kampf: « Noi vogliamo arrestare il continuo movimento tedesco verso il sud e l’ovest dell’Europa e volgiamo il nostro sguardo verso i paesi dell’Est […] Quando oggi parliamo di un nuovo territorio in Europa, dobbiamo pensare in prima linea alla Russia e agli stati limitrofi suoi vassalli. Sembra che il destino stesso ci voglia indicare queste regioni. […] Il colossale impero dell’Est è maturo per il crollo e la fine del dominio ebraico in Russia sarà anche la fine della Russia quale stato.» ( Adolf Hitler, Mein Kampf ) [ Wikipedia ]

 

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Aggiornato al 28 Dicembre 2024 

 

LIBRI: Le Opere Narrative di Elio Vittorini

Elio Vittorini: Le opere narrative

Romanziere, saggista e traduttore raffinato, Vittorini è stato uno dei più vivaci e attenti animatori del dibattito culturale del nostro dopoguerra. La sua produzione narrativa, raccolta in due volumi dei Meridiani, è il documento di una passione civile che porta la letteratura nel cuore dei problemi e delle contraddizioni della società italiana, prima e dopo il fascismo. Nel secondo volume le opere da Le donne di Messina ai Racconti.

Sul Politecnico Vittorini riprese gli appelli di Jean-Paul Sartre per una cultura che liberasse dalla sofferenze, non solo che consolasse, dichiarando fallite le culture antifasciste che non avevano saputo prevenire i disastri della seconda guerra mondiale. Scrive nell’editoriale del primo numero, datato 29 settembre 1945:
« Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Majdanek, Buchenwald, Dachau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. (…) E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro? Questa «cosa», voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce (…) Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli ? » ( Wikipedia )

Il Garofano Rosso

Scritto negli anni Trenta, ma apparso in volume solo nel 1948 a causa della censura fascista, “Il garofano rosso” di Vittorini rappresenta uno dei più riusciti esempi di romanzo di formazione della letteratura italiana. Ambientato in Sicilia ai tempi del delitto Matteotti, il libro ha per protagonista Alessio Mainardi, un liceale inquieto e ribelle attratto dagli aspetti rivoluzionari e antiborghesi del primo fascismo. All’avventura politica, tuttavia, il giovane alterna ben presto quella sentimentale, dapprima intrecciando una relazione fuggevole e ideale con la studentessa Giovanna, dalla quale riceve, quale pegno d’amore, il simbolico e contesissimo garofano rosso, e in seguito impegnandosi in un rapporto concreto e sensuale con la misteriosa prostituta Zobeida. Da queste esperienze Alessio uscirà profondamente trasformato, e ciò lo porterà a compiere i primi incerti passi verso la maturità e la libertà interiore. “Il garofano rosso” è un’opera affascinante e suggestiva che racconta con linguaggio allo stesso tempo realistico e poetico le nobili e confuse aspirazioni di un’intera generazione di giovani. ( Mondadori )

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COVID-19: il Salone del Libro di Torino in versione DIGITALE

 

Dopo trentadue anni, per la prima volta nella sua storia, il Salone Internazionale del Libro di Torino, una delle più importanti manifestazioni editoriali del nostro continente, non si potrà svolgere a maggio, nella sua forma abituale, a causa dell’emergenza Covid-19 che rappresenta una drammatica minaccia per la salute di ciascuno, per la nostra idea di convivenza, per gli equilibri ( pubblici e privati ) su cui si fondano, o dovrebbero fondarsi, le comunità in cui viviamo.

Quando, mesi fa, è stato scelto il titolo della XXXIII edizione, “Altre forme di vita”, l’obiettivo era di evocare il futuro prossimo. Oggi questo titolo si dimostra una piccola profezia. Stiamo davvero vivendo “altre forme di vita”, “forme di vita” che fino a qualche mese fa non potevamo immaginare.

In attesa di tornare nella veste abituale, in autunno o non appena possibile, il Salone ha organizzato un’edizione straordinaria – dedicata alle vittime del virus e al personale sanitario impegnato in prima linea in questa emergenza – nata dalla consapevolezza che a questa crisi si deve reagire, e che lo si può fare subito, con gli strumenti da sempre offerti dalla conoscenza.

Con questa edizione straordinaria prende il via un percorso di attività online che accompagnerà la grande comunità del Salone, editori e lettori, all’edizione autunnale: presentazioni editoriali, rubriche di approfondimento culturale, e nuovi format per il racconto digitale del mondo dei libri e della cultura.

Durante le giornate del Salone EXTRA, gli editori potranno inoltre raccontare le novità editoriali attraverso la condivisione della copertina del loro Libro della ripartenza. ( Salone Internazionale del Libro )

La Vita nel Cosmo

La vita del cosmo è una saggio pubblicato nel 1997 dal fisico teorico statunitense Lee Smolin. Il libro espone a livello divulgativo una teoria originale dell’autore chiamata selezione naturale cosmologica, apparsa per la prima volta in un articolo del 1992.

Il libro inizia con una panoramica sugli ultimi sviluppi della fisica fino alle frontiere dei problemi ancora aperti. Uno di questi è l’impossibilità da parte della teoria di spiegare i valori dei parametri delle leggi fisiche. Infatti se i valori delle costanti fisiche variassero anche di poco, l’universo sarebbe molto diverso dal nostro, per esempio non potrebbero esistere i nuclei atomici o le stelle e quindi neanche la vita. Nello spazio dei valori possibili dei parametri fisici, esiste solo una regione molto piccola all’interno della quale i valori dei parametri danno origine a un universo simile al nostro. Per superare questo problema detto della regolazione fine, si utilizza il principio antropico. Smolin invece ritiene che questo principio, non essendo falsificabile, non possa essere considerato un argomento scientifico, mentre la sua teoria fornisce una risposta a questo problema ed è soggetta a verifiche sperimentali.

La prima ipotesi di Smolin è che il Big Bang e i buchi neri, essendo entrambi singolarità gravitazionali, cioè punti in cui la teoria della relatività cessa di valere perché la densità assume un valore infinito, potrebbero avere una relazione tra loro: dalla contrazione di un buco nero si potrebbe generare con un fenomeno di rimbalzo dovuto a effetti di gravità quantistica un altro universo in una nuova regione dello spazio tempo. Un universo può quindi generare tanti universi figli quanti buchi neri possiede.

La seconda ipotesi di Smolin è che l’universo figlio differisca da quello padre solo per piccole variazioni dei parametri delle leggi fisiche, così come avviene per gli organismi viventi con le casuali mutazioni genetiche. A questo punto sull’insieme degli universi generati si può pensare in termini evolutivi. Gli universi favoriti saranno quelli che si riproducono di più, cioè quelli in cui i parametri massimizzano il numero di buchi neri. Quindi gli universi tipici sono quelli in cui è possibile l’esistenza delle stelle e in particolare di stelle molto grandi che sono all’origine dei buchi neri, come avviene nel nostro universo.

Nel libro vengono anche discusse le conseguenze filosofiche di questa teoria che porta a un modo nuovo di concepire la realtà rispetto a quello per cui esistono leggi immutabili che descrivono la realtà dall’esterno. Secondo questa teoria infatti, tutto ciò che esiste è soggetto a un processo di evoluzione. ( Wikipedia )

Altrove – Viaggi di donne dall’antichità al Novecento

Quali sono stati nel corso dei secoli i viaggi delle donne, che cosa li ha resi peculiari e diversi da quelli degli uomini? Domande semplici in apparenza, ma che in realtà chiedono di conoscere le ragioni, i percorsi, gli esiti, le conseguenze di quei viaggi, ed anche chi viaggiava e perché. Partono in ogni tempo le donne di tutti i ceti sociali e i loro viaggi si collocano spesso a metà fra il distacco volontario e l’impossibilità a fare diversamente, fra la necessità e la fuga e si configurano come la sola risorsa possibile per modificare la propria esistenza. Attraverso la molteplicità e la ricchezza di epoche, una longue durée ci racconta come fino al XIX secolo le donne abbiano raramente intrapreso viaggi di piacere o di istruzione e come più spesso invece ci siano stati per loro i viaggi della separazione e dello sradicamento: le migrazioni e le emigrazioni, i viaggi al seguito, i viaggi forzati. Il volume, che raccoglie i contributi del seminario organizzato a Firenze nel febbraio 1998 dalla Società Italiana delle Storiche, mette in luce la composita tessitura del viaggio femminile e ne propone una lettura attraverso l’indagine storica di momenti, di luoghi significanti: quelli della partenza, quelli attraversati e quelli dell’arrivo.

 

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CAMPIONI DEL CALCIO – La leggenda di Gigi Riva, Rombo di tuono

GIGI RIVA, la leggenda della Sardegna e del Calcio

Nato a Leggiuno il 7 novembre 1944 arrivò in rossoblù nella stagione ‘63/’64, contribuendo alla prima promozione in A e poi allo storico scudetto del ‘70
Luigi Riva: per tutto Gigi. Ancora oggi, a distanza di decenni (e probabilmente per tanto tempo) è lui il più grande bomber della Nazionale italiana, che ha fatto di Cagliari una scelta di vita. Eppure, lo stesso Riva (oggi 75 anni) ha ricordato più volte che, appena arrivato in Sardegna dalla Lombardia in aereo, voleva andare via. Ed invece quel ragazzo figlio di sarto morto quando lui aveva appena 9 anni e di una madre casalinga, perita qualche anno più tardi a causa di una malattia, non solo è rimasto a giocare al Cagliari ( facendo le fortune rossoblù ) ma dal quella sera del 13 marzo 1963, non è andato più via, mettendo su famiglia e diventando sardo a tutti gli effetti. Una gratitudine al popolo isolano, ampiamente ripagata e onorata giustamente anche oggi, alla soglia di un 2020 che tra una settimana prenderà il posto del 2019 che ci sta salutando per sempre.

Soprannominato Rombo di Tuono dal giornalista Gianni Brera per la notevole potenza del tiro e la prolificità sotto rete, Riva è stato uno dei più grandi attaccanti della propria generazione: secondo un parere dello stesso Brera, fu il miglior attaccante al mondo nei primi anni 1970, insieme al connazionale Roberto Boninsegna. Mancino naturale, poco incline a usare il destro, era solito partire dalla posizione di ala sinistra per poi convergere e concludere a rete. Dal repertorio variegato, era forte fisicamente e rapido nello scatto, nonché abile in acrobazia e nel gioco aereo. Dotato di grande intensità agonistica, mostrava inoltre una buona propensione a saltare il diretto avversario in velocità, risultando invece meno avvezzo all’esecuzione di dribbling negli spazi stretti.

Nei primi anni 60 il Cagliari giocava due partite in casa e due in trasferta alternativamente per limitare il numero di viaggi. Quando era in trasferta la squadra faceva base proprio a Legnano: l’allenatore Arturo Silvestri e il vicepresidente Andrea Arrica ebbero quindi la possibilità di notarlo e lo strapparono alla concorrenza per ben 37 milioni di lire, raggiungendo l’accordo coi Lilla nell’intervallo della partita della nazionale juniores italiana contro i pari età della Spagna nel marzo 1963 allo Stadio Flaminio. Il Bologna nella persona del presidente Renato Dall’Ara provò a rilanciare per 50 milioni ma vennero rifiutati. Riva si trasferì quindi, seppur controvoglia, in Sardegna per il campionato cadetto del 1963-64. Alla prima stagione sull’isola, l’allora diciottenne segnò 8 reti contribuendo alla prima promozione dei rossoblu in Serie A. Il 13 settembre 1964, nella partita persa 2-1 contro la Roma, esordì nel massimo torneo. Il 27 settembre, segnò il suo primo gol consentendo alla squadra di pareggiare contro la Sampdoria. Con altre 8 reti, tra cui quella che valse la vittoria contro la Juventus il 31 gennaio 1965, aiutò il Cagliari a salvarsi. Diventato ormai un punto fermo della squadra, si laureò capocannoniere del campionato 1966-67 in cui – nonostante un grave infortunio patito in Nazionale – mise a segno 18 gol. Trionfò nella classifica dei marcatori anche per le stagioni 1968-69 e 1969-70, vincendo lo scudetto ( l’unico della storia sarda ) nel campionato precedente al Mundial messicano: il 12 aprile 1970, nella partita contro il Bari che assegnò il tricolore, realizzò il primo dei due gol. La vittoria del titolo rappresentò il punto più alto della carriera di Riva, nel frattempo divenuto un simbolo del Cagliari non solamente dal punto di vista sportivo ma anche sociale e mediatico. ( Wikipedia )

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I Valdesi e le loro Valli

Valli Valdesi

Il territorio noto come “Valli valdesi”, sito nelle Alpi Cozie, comprende attualmente la val Pellice ( con le sue diramazioni di Angrogna e Luserna ), la val Germanasca (con i rami di Prali e di Massello) e la bassa val Chisone (versante destro, dal vallone di Roccapiatta a Pomaretto). Questi luoghi, in cui si concentra oggi la metà dei valdesi presenti in Italia, rappresentano il nucleo più antico dell’insediamento di comunità appartenenti alla Chiesa Valdese e sono segnati da vicende storiche complesse: i nomi dei luoghi e le loro appartenenze politiche sono infatti mutati più volte nel corso dei secoli.

Nel corso del Medioevo quest’area fu interessata dalla diffusione della predicazione dei Poveri di Lione, poi denominati Valdesi, che dalla Francia si diffuse in tutta Europa radicandosi maggiormente nelle Alpi Cozie, nella Provenza, in Calabria e nella Germania meridionale.

Nel Cinquecento, in particolare con l’occupazione francese di diverse zone della val Chisone avvenuta in diverse fasi, si diffuse anche in quest’ultima il culto riformato, per iniziativa di predicatori itineranti, ma anche di ufficiali e soldati. La presenza protestante, già consolidata nelle vicine valli Germanasca e Pellice, diventò quindi rilevante.

Nel 1561, dopo un tentativo di repressione, con l’accordo firmato a Cavour il duca di Savoia concesse ai sudditi che si riconoscevano nell’antica confessione di fede valdese di professare liberamente la loro fede. Tale permesso tuttavia aveva limitazioni territoriali, giacché si applicava solamente per l’area che comprendeva le “valli di Luserna”, oggi note come Valli valdesi. In questa decisione ducale, che non aveva precedenti e che anticipava di trent’anni l’Editto di Nantes, si parlava infatti della val Pellice ( all’epoca chiamata val Luserna ), della bassa val Chisone ( val Perosa ) e della val Germanasca ( val San Martino ). A partire dalla seconda metà del Cinquecento si veniva così a creare un’area geografica ben definita all’interno della quale era concesso ai suoi abitanti di professare la fede riformata.

Nuovi accordi nel 1562 restituirono però alla Francia ( in cui era già inclusa l’alta val Chisone, o val Pragelato, che resterà francese fino al 1713 ) la sponda sinistra della val Perosa. Fino alla Rivoluzione francese la val Chisone fu quindi divisa in due territori con caratteristiche storiche e politiche distinte: di volta in volta sabauda, o francese, più spesso divisa in due dal corso del fiume, o trasversalmente, in corrispondenza del borgo di Meano e del Bec Dauphin, sperone roccioso. Solo nel 1713 con il trattato di Utrecht tutta la val Chisone passò al Piemonte e il crinale alpino diventò confine. Il duca di Savoia disattese tuttavia gli accordi in materia di tolleranza religiosa e invece di estendere alla val Pragelato le norme vigenti negli altri territori, adottò misure repressive che lentamente portarono alla scomparsa del protestantesimo  (oltre a un impoverimento demografico ed economico ) in quelle zone.

Fonte: Società di Studi Valdesi

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Amico Libro, nei momenti difficili della Vita

BiblioTerapia

” Le prescrivo una buona dose di lettura “. Forse non è esattamente il consiglio che vi aspettereste nei momenti difficili della vita. Ma la terapia dei libri è praticata e, secondo molti, spesso efficace.
A spiegarne l’uso e gli effetti benefici, un articolo pubblicato sul New Yorker e scritto dall’antropologa e scrittrice sudafricana Ceridwen Dovey. “Devo ammettere che nemmeno io, in un primo momento, avevo gradito i suggerimenti ricevuti”, dice Dovey raccontando di quando, vari anni fa, ha ricevuto in regalo una sessione da un biblioterapista londinese.
E chissà, forse nemmeno voi apprezzereste gli amici che, vedendovi tristi, decidessero di spedirvi da un esperto di letteratura. ( L’Huffington Post )

Poema de mio Cid

Il Poema del mio Cid ( in spagnolo Poema o Cantar de mio Cid ) è un poema epico anonimo risalente al 1140 circa ed è stato per molto tempo considerato impropriamente il primo documento letterario in spagnolo. Racconta le gesta del condottiero Rodrigo Díaz de Vivar, meglio conosciuto come El Cid. Fu diffuso da giullari e poeti erranti che si spostavano di luogo in luogo. Riproduzione della prima pagina del manoscritto del Cantar de mio Cid conservato nella Biblioteca Nacional de España
Il poema si conserva in un unico manoscritto del XIV secolo custodito attualmente a Madrid nella Biblioteca Nacional de España, nel quale compare la data del 1207, che potrebbe essere quella del manoscritto originale, e il nome di Per Abbat.

 

Roma dei Cesari

Così l’IMPERATOR•CAESAR•DIVI•FILIVS•AVGVSTVS trasformò Roma in una città splendida, rivestita dai marmi preziosi provenienti da ogni parte dell’immenso Impero, una città da fare invidia al mondo intero, una città ricca di monumenti spettacolari, una città che non ebbe, e non avrà, uguali nei secoli, una città che suscitava, e suscita, timore rispettoso, stupore senza fine davanti a tanta magnificenza, a tanta grandezza, davanti a quei ruderi che parlano di un passato glorioso: ROMA culla della civiltà, ROMA nutrimento della nostra cultura…

Lunario Romano

Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri ( Roma, 26 ottobre 1871 – Roma, 21 dicembre 1950 ), è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco.

Dopo la pubblicazione della sua prima opera, le collaborazioni con il Rugantino diminuirono di frequenza; tuttavia Trilussa rimase fortemente legato all’editore Perino, con cui pubblicò, nel 1890, l’almanacco Er Mago de Bborgo. Lunario pe’ ‘r 1890, una ripresa dell’omonimo almanacco ideato nel 1859 dal poeta romanesco Adone Finardi, realizzato in collaborazione con Francesco Sabatini, in arte Padron Checco, e il disegnatore Adriano Minardi, in arte Silhouette. Trilussa scrive per l’almanacco un sonetto per ogni mese dell’anno, con in aggiunta un componimento di chiusura e alcune prose in romanesco.
L’esperienza del lunario venne ripetuta anche l’anno successivo con Er Mago de Bborgo. Lunario pe’ ‘r 1891: questa volta i testi sono tutti di Trilussa, senza la collaborazione di Francesco Sabatini, ma accompagnati nuovamente dai disegni di Silhouette

 

Lo Schiaccianoci

Da dove viene quell’omino di legno dalla potente mandibola, capace di frantumare anche le noci più dure, che fa la sua comparsa, in mezzo ai tanti regali, la notte di Natale a casa di Marie e di suo fratello Fritz? E se improvvisamente quel congegno prendesse vita e ingaggiasse una battaglia a colpi di sciabola, a capo di un esercito di soldatini di piombo, tamburini e pupazzi di marzapane, contro il terribile e vendicativo re dei topi? Non smette di incantare la storia dello Schiaccianoci, uscita dalla penna di Hoffmann nel 1816 e divenuta presto un classico della fiaba. La sua fortuna si legò anche a quella di un maestro dell’affabulazione, Alexandre Dumas, che nel 1845 seppe raccontarla da par suo. In questo volume, che affianca le due versioni, il lettore potrà seguire le vicende dell’omino di legno, apprezzando la potenza visionaria che sostiene la narrazione di Hoffmann e lasciandosi catturare dalla piacevole scorrevolezza della prosa di Dumas. A sancire la popolarità dello Schiaccianoci fu proprio il padre dei Tre moschettieri: e alla sua versione infatti che si ispira il celebre balletto musicato da Čajkovskij nel 1892, che possiamo provare a ricreare grazie al libretto pubblicato in questa nuova edizione. Da allora, la storia ha conosciuto innumerevoli reinterpretazioni, dalla danza al cinema ai cartoni animati – passando da Nureev a Disney –, al punto che nessuno sembra più ricordare come tutto ebbe inizio. Scorrendo queste pagine, piccoli e grandi lettori scopriranno finalmente la vera storia di Krakatuk, la noce più dura che ci sia, e della principessa Pirlipat, del misterioso inventore Drosselmeier e della perfida regina dei topi. Vedranno sfilare davanti ai loro occhi l’incanto del regno delle bambole, con i suoi mirabolanti castelli di zucchero e i suoi strabilianti fiumi di aranciata e latte di mandorla… Tutte queste immagini prendono corpo e calore grazie alla matita di Aurelia Fronty, il cui tratto si fa cosi minuto da portarci fin nel cuore del mondo onirico dello Schiaccianoci e dei suoi piccoli compagni d’avventura. ( Donzelli Editore )

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Angelus Novus

Difficile collocare criticamente la figura di Walter Benjamin: la sua originalità di pensatore e la sua opera – saggi teoretici, aforismi, impressioni di viaggio, ricordi – trascendono la storia, la filosofia o la letteratura nella loro accezione corrente. Questa antologia, pubblicata per la prima volta nel 1962 da Einaudi, raccoglie i testi piú rappresentativi, dai saggi filosofici Per la critica della violenza, Destino e carattere, Sulla facoltà mimetica, a quelli piú letterari su Baudelaire, Kafka e Goethe: tutti scritti rivelatori di una particolare forma di saggismo in cui le «affermazioni sulla vita» non possono prescindere dall’analisi di un determinato «paesaggio culturale» (il saggio sulle Affinità elettive diventa un trattato sull’amore e sul matrimonio nell’epoca moderna); e che mettono in luce le risorse di un laboratorio di pensiero tra i piú fervidi e originali del Novecento.

 

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