LIBRO: Il Carnefice di Dario Bellezza

Dario Bellezza ( Roma, 5 settembre 1944 – Roma, 31 marzo 1996 ) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano. Bellezza fu scoperto e lanciato da Pier Paolo Pasolini, del quale per diversi anni curò la corrispondenza.

Pier Paolo Pasolini, in seguito alla pubblicazione della prima raccolta di poesie Invettive e licenze (1971), lo definì « Il miglior poeta della nuova generazione »

La poesia di Bellezza si è spesso ispirata a temi autobiografici, fra i quali spicca l’amore omosessuale ( vissuto con un sofferto atteggiamento maledettista, nella ricerca ossessiva di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti ), risentendo inizialmente dell’influenza dei poeti simbolisti e dell’opera di Sandro Penna. Angelo ( 1979 ) è una testimonianza commossa al grande amore della sua vita: la letteratura. Successivamente pubblicò Turbamento (1984), L’amore felice (1986) e Nozze col diavolo (1995).

Malato di AIDS dal 1987, Dario Bellezza muore in povertà e solitudine il 31 marzo del 1996 a Roma. ( Wikipedia )

Intervista a Dario Bellezza apparsa sulla rivista Fermenti, Aprile-Maggio-Giugno 1976

Da Lettere da Sodoma al Carnefice e arrivando a Morte Segreta i tuoi contenuti so­no diventati casti, misurati, freddi. Tutto ciò fa pensare ad una compostezza che sa di svolta, di approdo ad un esito di avversione per certe forme compiacenti e forzatamente realistiche. Perché?

Perché mi sento molto vecchio e mi piace esserlo. Amo i vecchi perché hanno rag­giunto il momento sacro della vita, perché de­vono morire. Io amo la morte, in quanto sono convinto che è un passaggio. Non significa che sono cattolico. Non credo nei premi e nei castighi.

Dal realismo sembri essere approdato ad un misticismo laico sì, ma trascendente. Dal misticismo non vorrai mica arrivare al sur­realismo

Non corro il rischio di arrivarci. La mia formazione è di tipo razionalista. Per arriva­re al surrealismo bisogna essere irrazionali. Il surrealismo è un prodotto della cultura france­se. In Italia non c’è la possibiltà per un vero surrealismo. L’Italia è un paese provinciale di ignoranti, di politici mafiosi che non leggono, dove un Pasolini può essere ucciso due volte: una volta nella realtà e un’altra dall’opinione pubblica repressa e fascista sessualmente, per cui viene un grande schifo e una voglia di an­darsene per sempre

Moravia ha detto di recente che solo il realismo potrà salvare la nostra letteratura. Sei d’accordo ?

Moravia porta acqua al suo mulino. Cre­do che ogni forma d’arte sia permessa quando ha dei contenuti morali dentro. Le avanguardie non hanno contenuti, in quanto sterili e for-maliste. Il discorso di Moravia può avere un significato se attribuito al formalismo dell’avanguardia.

Perché hai rinnegato, in certo senso, il realismo ? 

Non l’ho rinnegato. La realtà che mi appare non mi basta. Voglio mistero, sciagura, caso, caos, droga e fortuna. Se queste cose so­no nel realismo, ben venga. Se il realismo è soltanto Useppe della Morante, allora abbasso il realismo.

La tua contenutezza, il tuo intimismo di arrivo, il pessimismo desolato ed a volte com­piacente, in quanto non sempre freddo e di­staccato, non fanno pensare un po’ troppo a Leopardi ?

No. Leopardi non c’entra per niente. Io tengo conto dell’inconscio, della psicoanalisi, di Jung. Potrei dire che Leopardi sia stato influen­zato da scrittori pessimisti come Epitteto. Io mi sento più grande di Leopardi. Perché più complesso e più intelligente. A me piace anche godere, punirmi, andare agli inferi e trasfigurarmi

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La libreria Aiace di via Ugo Ojetti 36, Roma, è un punto speciale per i lettori e le lettrici di Roma. Ci potete trovare saggi, romanzi, riviste, raccolte di poesie a prezzi incredibili, perché la caratteristica comune a tutti questi libri è che sono usati. Nessun imbarazzo, quindi: aprendo a caso una pagina o iniziando a divorare il testo non si ha la sensazione di profanare qualcosa di sacro che andrebbe conservato così com’è, bianco, immacolato e senza orecchie laterali. Qualcuno prima di voi ha già letto quel libro e lo ha già arricchito di quella patina antica che lo rende così prezioso.

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LIBRO: L’Italia di Bonaparte di Antonino De Francesco

A. DE FRANCESCO, L’ITALIA DI BONAPARTE, UTET, 2011

I Bonaparte, già Buonaparte, sono una nobile famiglia corsa di origine italiana. Secondo la versione accettata dallo stesso Napoleone e da altri membri della famiglia, i Buonaparte erano originari di Firenze, dove si schierarono dalla parte ghibellina. Con la vittoria del partito dei Guelfi, nel Duecento, dovettero lasciare la città andando in esilio, prima a San Miniato, e infine a Sarzana, nell’allora Repubblica di Genova ove il primo membro conosciuto della famiglia si trova citato come Bonapars figlio di Gianfardo.

I Buonaparte passarono quindi in Corsica, prima a Bastia, con Giovanni Buonaparte, che divenne reggente delle città sotto il governatore genovese Tomasino Campofregoso, e poi definitivamente ad Ajaccio.

Il legame con la penisola italiana non fu mai rescisso: Carlo Maria Buonaparte, padre di Napoleone Bonaparte, studiò diritto all’Università di Pisa come molti suoi antenati. E attraverso i lontani parenti di San Miniato nel Granducato di Toscana, riuscì a ottenere il titolo di nobile di San Miniato, che gli permise di entrare il 13 settembre 1771 nella nuova nobiltà còrsa, voluta dai francesi che nel 1769 erano diventati i nuovi padroni dell’isola.

Campagna d’Italia

La campagna d’Italia del 1796-1797 fu la serie d’operazioni militari guidate da Napoleone Bonaparte alla testa dell’Armata d’Italia durante la guerra della prima coalizione combattuta dalla Francia rivoluzionaria contro le potenze monarchiche europee dell’Antico regime, nello specifico rappresentate dal Regno di Sardegna, dal Sacro Romano Impero e dallo Stato Pontificio.

Il generale Bonaparte dimostrò per la prima volta le sue grandi capacità di stratega e di condottiero raggiungendo, nonostante la limitatezza dei suoi mezzi, una serie di brillanti vittorie che consentirono di instaurare il dominio francese su gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Il generale ottenne grande prestigio e una vasta popolarità, esercitando autonomamente l’autorità sul territorio conquistato e organizzando una serie di stati strettamente collegati alla Francia. Dopo aver agito spesso in contrasto con le direttive del Direttorio, il generale Bonaparte concluse vittoriosamente la campagna firmando personalmente il trattato di Campoformio, che sancì la sconfitta dell’Impero d’Austria e della prima coalizione e confermò la predominante influenza francese in Italia, specie sulle elite peninsulari.

Nel novembre del 1796, Napoleone proclamò la Repubblica Transpadana ( Lombardia ), e l’anno successivo anche la Repubblica Cispadana ( Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia ), e adottò il tricolore come bandiera. Successivamente, con una serie di campagne vincenti, estese il suo dominio anche su Mantova e sul territorio di Venezia, che divenne la Repubblica Veneta e nel 1797, fondò la Repubblica Cisalpina, che assorbì anche la Repubblica Cispadana.
Nonostante la Pace di Campoformio ( 1797 ) lo avesse costretto a cedere il Veneto all’Austria, nell’inverno successivo le truppe napoleoniche riuscirono ad entrare a Roma e, proclamando la Repubblica Romana, costrinsero il papa a rifugiarsi in Toscana. Infine, nel gennaio del 1799 le truppe francesi entrarono anche a Napoli e proclamarono la Repubblica Partenopea.
Dopo la controffensiva austriaca i francesi furono costretti a ritirarsi da alcuni presidi in Lombardia, e Ferdinando IV di Borbone inviò le sue truppe alla riconquista di Napoli. La Repubblica Partenopea capitolò a giugno dello stesso anno, e ad agosto, in seguito alla battaglia di Novi, crollò la dominazione francese. 


Negli anni successivi Napoleone, dopo aver vinto altre battaglie decisive, si impegnò a dare un nuovo assetto territoriale all’Italia.
Nel mese di giugno del 1800, venne proclamata la seconda Repubblica Cisalpina, ed in seguito anche la Repubblica di Genova, il Piemonte e il ducato di Parma passarono alla Francia. Il dicembre del 1801 un’assemblea di notabili deliberò la nascita della Repubblica Italiana, con capitale Milano e presidente Napoleone.
Quattro anni dopo Napoleone assunse il titolo di re d’Italia ed il 26 maggio del 1805 venne incoronato con la corona ferrea.
Il territorio a lui sottomesso continuava ad allargarsi, annettendo anche il Regno Veneto, la Dalmazia, la Repubblica Ligure ed infine la Toscana.
Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, fu nominato re di Napoli, e l’anno successivo vennero conquistate anche le Marche, il Lazio e l’Umbria. Restano fuori dal dominio solo la Sicilia, sotto il dominio Borbone, e la Sardegna, territorio dei Savoia.
Dieci anni dopo, la controffensiva austriaca toglieva Milano ai Francesi e causava il crollo del Regno ( 1815 ). ( Wikipedia )

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LIBRO: L’Italiano ovvero il Confessionale dei Penitenti Neri di Ann Radcliffe

RADCLIFFE, ITALIANO OVVERO IL CONFESSIONALE DEI PENITENTI NERI, THEORIA

Ambientato nel 1764 a Napoli, L’Italiano racconta le vicissitudini e le prove a cui viene sottoposto l’amore dei due protagonisti, Vincenzo di Vivaldi ed Elena di Rosalba. Vincenzo, innamoratosi di Elena a prima vista, è intenzionato a sposarla e ottiene anche la benedizione della zia con la quale la giovane vive. Il ragazzo appartiene però a una nobile e ricca famiglia e sua madre, la Marchesa, è decisa a impedire il matrimonio che ritiene indegno per il figlio. Aiutata dal diabolico monaco Schedoni, la donna fa rapire Elena, che viene rinchiusa in un convento. Vincenzo riesce a liberarla ma, proprio quando i due innamorati sono sul punto di sposarsi, vengono nuovamente divisi dall’intervento degli uomini di Schedoni. Il monaco porta la ragazza in una casa isolata per ucciderla, ma a questo punto scopre che Elena è in realtà sua figlia e decide così di nasconderla in un posto sicuro; Vincenzo viene invece rinchiuso nelle prigioni dell’Inquisizione. Dopo una serie di colpi di scena e di inaspettate scoperte il giovane viene liberato ed Elena scopre con gioia di essere solo la nipote del malvagio Schedoni, il quale appartiene in realtà a una nobile famiglia di cui Elena è discendente. A questo punto la giovane è degna di sposare Vincenzo e i due innamorati possono finalmente riunirsi e convolare a nozze.

Ann Radcliffe

Ann Radcliffe nacque a Holborn ( Londra ), unica figlia del merciaio William Ward e sua moglie Ann Oates. Nel 1772 la famiglia si spostò a Bath e la Radcliffe ricevette una buona educazione e si dimostrò molto propensa alla lettura. Si sposò a 23 anni nel 1787 con William Radcliffe, un giornalista dell’English Chronicle. Iniziò a scrivere racconti per divertimento e dietro incoraggiamento del marito. Dal matrimonio non nacquero figli, ma la coppia fu felice ed intraprese numerosi viaggi finanziati in parte con gli introiti derivanti dalle pubblicazioni di Ann: visitò il Lake District, il Reno e l’Inghilterra meridionale.

Nel 1789 fu pubblicata anonima a Londra la sua opera prima,The Castles of Athlin and Dunbayne, in cui è già presente l’atmosfera che sarà alla base della maggior parte dei suoi romanzi, in particolare la tendenza a coinvolgere innocenti e giovani eroine nelle vicende descritte, che solitamente si svolgono in tenebrosi castelli governati da nobili dal passato misterioso.

Le sue opere divennero estremamente popolari, specialmente tra le giovani lettrici che cercavano nei suoi libri qualcosa di più eccitante del ricamo. Tra le sue opere più conosciute ricordiamo Romanzo siciliano (1790), Il romanzo della foresta (1791), I misteri di Udolpho (1794) e L’Italiano (1797). ( Wikipedia )

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LIBRO: Nove Saggi Danteschi di Jorge Luis Borges

NOVE SAGGI DANTESCHI DI JORGE LUIS BORGES, FMR, 1985

Il libro fu pubblicato per la prima volta a Madrid il 18 maggio 1982 nella collana “Selecciones Austral” di Espasa Calpe, corredato da dodici illustrazioni di William Blake della Divina Commedia. Tra le ultime opere di Borges, nasce come raccolta di suoi scritti precedenti su Dante Alighieri (in particolare i primi otto saggi), mentre Purgatorio I, 13 e L’ultimo sorriso di Beatrice erano inediti.

Il seguito dell’opera è un commento personale di Borges sui seguenti canti da lui scelti: Inferno-Canto I (il Limbo); Inferno-Canto XXXIII (l’episodio del conte Ugolino); Inferno-Canto XXVI (l’episodio di Ulisse); Inferno-Canto V (l’episodio di Paolo e Francesca); Paradiso-Canto X (incentrato sulla figura di Beda il Venerabile); Purgatorio-Canto I (analisi delle metafore dantesche); Paradiso-Canto XVIII (paragone dell’aquila paradisiaca con il Simurg); Purgatorio – Paradiso terrestre – Giardino dell’Eden (canti XXVII-XXXVI con l’incontro con Beatrice); Paradiso-Canto XXXI (separazione di Dante da Beatrice). ( Wikipedia )

Jorge Luis Borges

Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo ( Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986 ) è stato uno scrittore, poeta, saggista, traduttore, filosofo e accademico argentino.

Le opere di Borges hanno contribuito alla letteratura filosofica e al genere fantasy. Il critico Ángel Flores, primo ad utilizzare l’espressione “realismo magico” per definire quel genere che intende rispondere al realismo e al naturalismo dominante del XIX secolo, considera come inizio di tale movimento la pubblicazione del libro di Borges Storia universale dell’infamia (Historia universal de la infamia)

È ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo, ispirato tra gli altri da Macedonio Fernández, Rafael Cansinos Assens, dalla letteratura inglese (Chesterton, Kipling, Stevenson, Wells, De Quincey, Shaw), da quella tedesca (Schopenhauer, Heine, Kafka) e dal taoismo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto” ( Wikipedia )

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LIBRO: Anabasi di Alessandro di Arriano

ARRIANO, ANABASI DI ALESSANDRO, VOL. 2, FONDAZIONE L. VALLA

L’Anabasis Alexandri (La spedizione di Alessandro), è un testo redatto in lingua greca dallo storico greco Arriano nel II secolo, ed è la più grande fonte di informazioni su Alessandro Magno.

Oltre che un’eccellente fonte storiografica, il testo rappresenta il più antico resoconto delle avventure del conquistatore Macedone, arrivato completo fino al giorno d’oggi. Arriano fu in grado di usare fonti oggi perdute, come le opere dei coevi Geronimo di Cardia, Callistene (nipote del precettore di Alessandro, Aristotele), Onesicrito, Nearco e Aristobulo di Cassandrea, e le opere di Clitarco di Alessandria, che visse poco dopo le grandi conquiste alessandrine. Il testo di maggiore importanza a cui Arriano ebbe modo di attingere era però la biografia di Alessandro scritta da Tolomeo, uno dei più importanti generali di Alessandro e, probabilmente, suo fratellastro.

L’Anabasis Alexandri è primariamente un saggio di storia militare e si occupa poco della vita personale del conquistatore: non spiega infatti il ruolo ricoperto da Alessandro nella politica Greca, né tratta le ragioni che lo spinsero a portare battaglia in Persia non appena ne ebbe occasione.

Alessandro Magno

Alessandro III di Macedonia, universalmente conosciuto come Alessandro Magno ( Pella, ecatombeone – 20 o 21 luglio 356 a.C. – Babilonia, targelione – 10 o 11 giugno 323 a.C. ), è stato un militare macedone antico, re di Macedonia della dinastia degli Argeadi a partire dal 336 a.C., succedendo al padre Filippo II.

È noto anche come Alessandro il Grande, Alessandro il Conquistatore o Alessandro il Macedone. Il termine “magno” deriva dal latino magnus “grande”. È considerato uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia.

In soli dodici anni conquistò l’intero Impero persiano, un territorio immenso che si estendeva dall’Asia Minore all’Egitto fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale. Tale straordinario successo fu dovuto sia a una congiuntura storica eccezionalmente favorevole (le crisi dell’Impero persiano e della Grecia delle poleis, unite all’opera espansionistica già incominciata dal padre) sia a una sua innegabile intelligenza militare e diplomatica. Dotato di grande coraggio e carisma, Alessandro aveva un forte ascendente sui suoi soldati, che spronava anche partecipando personalmente ai combattimenti. Inoltre, egli fu uno dei primi condottieri dell’antichità ad aver capito l’importanza fondamentale della propaganda, sia per guadagnare prestigio nelle proprie fila, sia per incutere timore ai nemici.

Per assicurarsi ciò, Alessandro costituì un’imponente macchina mediatica (si fece accompagnare per tutta la durata della sua campagna da una quantità di storici e redattori di diari giornalieri, tra cui il greco Callistene) e diede estrema importanza nel corso di tutta la spedizione a gesti di forte valenza simbolica e alla divulgazione di leggende sulla propria discendenza da eroi mitici (Eracle e Achille) o persino da vere e proprie divinità. Infine si sforzò in ogni modo di fondere e amalgamare le culture delle diverse etnie che abitavano le terre che si trovò a unificare sotto il suo impero, dimostrando una disposizione al sincretismo estremamente inusuale per un greco del suo tempo. Le sue innumerevoli conquiste diedero alla cultura greca una diffusione universale, dando così avvio al cosiddetto periodo ellenistico.

Alessandro morì a Babilonia nel mese di daisios ( targelione ) del 323 a.C., forse avvelenato, forse per una recidiva della malaria che aveva contratto in precedenza o, secondo teorie più recenti, a causa di una cirrosi epatica provocata dall’abuso di vino o di pancreatite acuta. Dopo la morte del Conquistatore, l’Impero macedone fu suddiviso, non senza molti scontri e guerre, tra i generali che lo avevano accompagnato nelle sue spedizioni. Si costituirono così i cosiddetti regni ellenistici, tra cui quello Tolemaico in Egitto, quello degli Antigonidi in Macedonia e quello dei Seleucidi in Siria e in Asia Minore.

L’eccezionalità del personaggio e delle sue imprese ispirò, già durante la vita ma ancor più dopo la sua morte, un gran numero di leggende ( una famosa è quella della costruzione delle mitiche Porte di Alessandro ) e una sterminata tradizione letteraria e figurativa, in cui il condottiero venne ritratto in sembianza di eroe (ad esempio è spesso scolpito nudo, un trattamento riservato, nella Grecia classica, esclusivamente agli dei o ai semidei). Nella ritrattistica è spesso assimilato ad Achille, di cui Alessandro stesso si considerava diretto discendente per parte di madre.

I racconti storici sul suo conto hanno ben presto assunto colorazioni mitiche, ed è pertanto difficile discernere i fatti storici dalle rielaborazioni fantastiche. Le storie a lui riferite non si ritrovano solo nelle letterature occidentali: nella Bibbia (Primo libro dei Maccabei), ad esempio, si fa esplicito riferimento ad Alessandro, mentre nel Corano il misterioso Dhu al-Qarnayn (il Bicorne o letteralmente “quello dalle due corna”) viene talvolta identificato, da alcuni, con il mitico conquistatore macedone senza però evidenze. ( Wikipedia )

 

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LIBRO: Carver Country – Il Mondo di Raymond Carver

CARVER COUNTRY, IL MONDO DI R. CARVER, CONTRASTO

Nell’82, Bob Adelman fotografò per Life Carver al lavoro tra macchine da scrivere (le mani qui sopra sono dello scrittore) e fogli d’appunti. Ne nacque un libro, che si arricchì di volti, paesaggi, amici, parenti, semplici insegne o pacchetti di sigarette, alternati a racconti e poesie, per costruire un mosaico visivo del mondo carveriano. Anche perché le parole di “Ray” nascevano dallo sguardo sulla realtà più misera e desolata. ( La Stampa )

Raymond Carver

Figlio di un operaio e di una cameriera, nato nell’Oregon nel 1938, alcolista, appassionato di pesca, Carver ha fatto degli operai, degli uomini provati dalla fatica di vivere, disoccupati, tormentati, ridotti male ma con grande dignita’, i protagonisti dei suoi libri dando ”il centro del palcoscenico” a personaggi che ”fino ad allora erano stati secondari nella letteratura nazionale” sottolinea la Gallagher e racconta che lo stesso Ray aveva detto in più di un’intervista: ”sono un membro tesserato dei lavoratori poveri”.

Il Carver Country racconta dunque la vita e l’opera di Ray, ma e’ qualcosa di più, come mostrano le foto di Adelman che non hanno solo un valore illustrativo. ”Sin dall’inizio – spiega la vedova – il mondo dei racconti immaginati da Carver appariva pervaso da una corrente di benevola minaccia e perciò questo doveva essere un elemento forte per definire quel territorio della mente che chiamiamo Carver Country”. ( Tratto da Ansa Un Libro al giorno di Mauretta Capuano )

 

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LIBRO: Leggende cristiane di Luigi Santucci

L. SANTUCCI, LEGGENDE CRISTIANE, FABBRI, 1963

LUIGI SANTUCCI

Fondamentale, per lo sbocciare della sua vocazione alla scrittura, fu nel 1944-45, dopo un breve periodo in cui era espatriato in Svizzera perché antifascista, la sua partecipazione ideologica alla Resistenza attraverso la collaborazione al periodico clandestino L’Uomo, fondato nel convento milanese dei Serviti di San Carlo da una triade di intellettuali cattolici: Mario Apollonio, Gustavo Bontadini e Dino Del Bo. Apollonio era già stato il suo “faro” durante gli studi universitari alla Cattolica. Il magistero del prestigioso italianista lo aveva accompagnato fino alla laurea in Lettere moderne, conseguita nel 1941 con una tesi per l’epoca davvero innovativa, pubblicata l’anno successivo con il titolo Limiti e ragioni della letteratura infantile e apprezzata dallo stesso Benedetto Croce. ( Fonte: Società San Paolo )

Nel 1962 abbandona l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Nel 1963, l’anno in cui viene pubblicato per Mondadori Il velocifero, muore la madre Emma, provocandogli un grande dolore.
Nel 1967, dopo essere stato finalista allo stesso premio nel 1964 con Il velocifero, vince il Premio Campiello con Orfeo in paradiso (Milano, Mondadori, 1967).

La lunga e prolifica carriera di Santucci è stata sorretta dall’attenzione e dal prevalente consenso della critica, che non mancò neanche ai suoi testi teatrali. Già nel 1956 con L’angelo di Caino, dramma rappresentato ad Assisi da Giorgio Albertazzi e Gian Maria Volonté in occasione del Premio Pro Civitate Christiana, ottenne molto successo, ma è con l’opera in dialetto milanese Noblesse Oblige (Milano 1966, poi rappresentata nel 1993 da Gianrico Tedeschi) e con Ramon mercedario (Premio Istituto del dramma popolare di S. Miniato, 1981) che afferma soprattutto le sue doti di drammaturgo.

L’affacciarsi degli anni Sessanta fa emergere un nuovo aspetto dello scrittore: attraverso il percorso dei figli segue la stagione delle contestazioni giovanili con fervida immedesimazione, la stessa che lo guida nella stesura di Non sparate sui narcisi (Milano, Mondadori, 1971), in chiave fantastico-allegorica, tipica nell’autore.

Nel 1976 riceve a Varsavia il Premio Pietrzak. Dal 1981 coltiva un’intensa amicizia con mons. Gianfranco Ravasi, in particolare durante le vacanze estive a Guello.

Agli ultimi anni Novanta risalgono molte opere per bambini e ragazzi tra cui Una strana notte di Natale (Casale Monferrato, Piemme, 1992), Tra pirati e delfini (Milano, Bompiani, 1996), Le frittate di Clorinda (Firenze, Giunti, 1996).

Il 23 maggio 1999 muore a Milano, poco dopo l’uscita in libreria della sua ultima opera, Éschaton. Traguardo di un’anima (Novara, Interlinea, 1999). Quello stesso anno Santucci era riuscito a registrare su nastro una sorta di testamento spirituale e di bilancio della propria esistenza ed esperienza a beneficio dei figli[5], spronandoli ad affrontare la vita con generosità e raccontando di sé per un’ultima volta:

«Se dovessi sintetizzare in una formula, in un’espressione il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare. […] Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto. […] La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo (per guarirlo ci vuole altro!), per aiutarlo, perché recuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità.[…] Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d’infiltrare negli altri i nostri squilibri, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull’umanità. […] E tutto quello che ho avuto l’ho davvero goduto, grazie penso alla mia natura di poeta, l’ho goduto (questo è molto importante) con consapevolezza.» ( Wikipedia )

 

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LIBRO: Opere complete di Vincenzo Cardarelli

V.CARDARELLI, OPERE COMPLETE, MONDADORI, 1962, 1° ED

Vincenzo Cardarelli, il cui vero nome era Nazareno Caldarelli, nacque a Corneto Tarquinia (Viterbo), attuale Tarquinia, dove suo padre (Antonio Romagnoli), d’origine marchigiana, gestiva il buffet della stazione ferroviaria e qui trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza. Figlio illegittimo, ebbe un’infanzia travagliata, privata sin dall’inizio della presenza materna ( Giovanna Caldarelli abbandonò la famiglia quando Vincenzo era piccolo ), caratterizzata da una menomazione al braccio sinistro e dalla solitudine. Compì studi irregolari, formandosi prevalentemente da autodidatta. All’età di diciassette anni fuggì di casa e approdò a Roma dove, per vivere, fece i più svariati mestieri, fra i quali il correttore di bozze presso il quotidiano Avanti!. Sull’Avanti!, del quale divenne redattore, ebbe inizio, nel 1909, la sua carriera giornalistica.

La sua fama resta legata alle numerose poesie e prose autobiografiche di costume e di viaggio, raccolte in Prologhi (1916), Viaggi nel tempo (1920), Favole e memorie (1925), Il sole a picco (1929, versi e prose con illustrazioni del pittore bolognese Giorgio Morandi, opera vincitrice quell’anno del Premio Bagutta, che lo consacra alla fama), Il cielo sulle città (1939), altre prose, sul tema del vagabondaggio lirico fra natura e arte d’Italia, in parte già comparse su Il Tevere, Lettere non spedite (1946), Villa Tarantola (1948). Fu direttore, dal 1949, della Fiera letteraria, insieme al drammaturgo forlivese Diego Fabbri. Fu un conversatore brillante ed un letterato polemico e severo, avendo vissuto una vita vagabonda, solitaria e di austera e scontrosa dignità. Suoi maestri sono stati Baudelaire, Nietzsche, Leopardi, Pascal, che lo hanno portato ad esprimere le proprie passioni con un senso razionale, senza troppe esaltazioni spirituali; anche se fu apertamente cattolico: «Dal gesuita vien fuori il giacobino, non nascerà mai il nuovo italiano. Ben altro è il cattolicesimo che piace a noi, e che sentiamo: più antico, robusto, ingenuo. Non è né europeo, né spagnuolo, ma romano. Risale ai tempi giuridici e ferrei d’Ildebrando, al paternostro, a quel glorioso registro nel quale i parroci cominciarono a tener conto dei nostri nomi, ai secoli d’oro della Chiesa romana». La sua è una poesia descrittiva lineare, legata a ricordi passati di qualunque tipo, siano paesaggi, animali, persone e stati d’animo, che vengono espressi con un uso di un linguaggio discorsivo e nello stesso tempo impetuoso e profondo.

Per tutta la vita Vincenzo Cardarelli visse appartato: spesso, per affinità poetiche, caratteriali e fisiche ( Cardarelli soffriva della malattia di Pott ) è stato paragonato a Giacomo Leopardi; morì a Roma il 18 giugno 1959 nell’Ospedale Policlinico, solo e povero.


La malattia di Pott o morbo di Pott, chiamata anche spondilite tubercolare, è una forma di tubercolosi extrapolmonare; si tratta della sindrome generata dalla localizzazione dei micobatteri (il bacillo di Koch), responsabili della malattia, nelle vertebre della colonna.

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LIBRO: Opere Scelte di Aubrey Beardsley

 

A. BEARDSLEY, OPERE SCELTE, SAVELLI

Aubrey Vincent Beardsley (Brighton, 21 agosto 1872 – Mentone, 16 marzo 1898) è stato un illustratore, scrittore e pittore inglese, piuttosto influente negli ambienti teatrali all’epoca di Oscar Wilde. Fu profondamente influenzato dallo stile giapponese che era di moda in quegli anni: famose sono le sue illustrazioni in bianco e nero a campiture piatte per opere come Salomè.

Allineata con il modello estetico che vide in Oscar Wilde l’emblema, la vita di Beardsley fu improntata all’eccentricità ed al pubblico egocentrismo, al punto che ebbe a dichiarare: “Ho uno scopo: il grottesco. Se non sono grottesco, non sono niente.” Oscar Wilde amava descriverlo come un uomo “dalla faccia come un piatto d’argento e con capelli verdi come l’erba”. Tra le voci più insistenti riguardo alla sua vita privata vi sono quelle di omosessualità e di incesto con sua sorella maggiore, Mabel, da cui avrebbe avuto anche un figlio. Beardsley morì di tubercolosi a Mentone, in Francia, nel 1898, all’età di 25 anni. Molti affermano che fosse molto bello e che si vantasse assai di questo suo pregio.

Beardsley, come Rimbaud o Lautréamont, ha speso in un arco di tempo brevissimo, nemmeno ventisei anni (1872-1898), la sua vita di artista e come loro è stato folgorato dalle contraddizioni del suo tempo. Nasce nell’Inghilterra di fine Ottocento, sull’onda di un movimento che rifiuta i miti del secolo, in una nazione industrialmente matura, al centro di un sistema mondiale segnato da una sempre più stretta compenetrazione della civiltà occidentale con le altre antiche civiltà, in particolare con quella dell’Estremo Oriente. Inizia allora l’epoca dell’Imperialismo che segnerà un punto di svolta nella storia del capitalismo: a una società borghese caratterizzata da una miriade di centri indipendenti collegati fra loro dalla mano provvidenziale del mercato, ne succede un’altra nettamente diversa turbata da nuove e più profonde contraddizioni. Nel passaggio dall’una all’altra, la certezza cederà il posto al dubbio, l’armonia al discorde, la realtà al sogno, il naturalismo al simbolismo. ( Wikipedia )

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LIBRO: Il Digiuno nella Chiesa Antica

IL DIGIUNO NELLA CHIESA ANTICA, TESTI SIRIACI, LATINI E GRECI, ED. PAOLINE

Il digiuno nell’esempio e nella parola di Gesù 

Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù.
E vero che il Maestro non impone in modo esplicito ai discepoli nessuna pratica particolare di digiuno e di astinenza. Ma ricorda la necessità del digiuno per lottare contro il maligno e durante tutta la sua vita, in alcuni momenti particolarmente significativi, ne mette in luce l’importanza e ne indica lo spirito e lo stile secondo cui viverlo.
Quaranta giorni di digiuno precedono il combattimento spirituale delle “tentazioni”, che Gesù affronta nel deserto e che supera con la ferma adesione alla parola di Dio: «Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”» (Mt 4,4). Con il suo digiuno Gesù si prepara a compiere la sua missione di salvezza in filiale obbedienza al Padre e in servizio d’amore agli uomini.
Riprendendo la pratica e il valore del digiuno in uso presso il popolo di Israele, Gesù ne afferma con forza il significato essenzialmente interiore e religioso, e rifiuta pertanto gli atteggiamenti puramente esteriori e «ipocriti» (cfr. Mt 6,1-6.16-18): digiuno, preghiera ed elemosina sono un atto di offerta e di amore al Padre «che è nel segreto» e «che vede nel segreto» (Mt 6,18). Sono un aspetto essenziale della sequela di Cristo da parte dei discepoli.
Quando gli viene domandato per quale motivo i suoi discepoli non praticano le forme di digiuno che sono in uso presso taluni ambienti del giudaismo del tempo, Gesù risponde: «Finché [gli invitati alle nozze] hanno lo sposo con loro, non possono digiunare» (Mc 2,19). La pratica penitenziale del digiuno non è adatta a manifestare la gioia della comunione sponsale dei discepoli con Gesù. Ma egli subito aggiunge: «Verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20). In queste parole la Chiesa trova il fondamento dell’invito al digiuno come segno di partecipazione dei discepoli all’evento doloroso della passione e della morte del Signore, e come forma di culto spirituale e di vigilante attesa, che si fa particolarmente intensa nella celebrazione del Triduo della Santa Pasqua.
Il riferimento a Cristo e alla sua morte e risurrezione è essenziale e decisivo per definire il senso cristiano del digiuno e dell’astinenza, come di ogni altra forma di mortificazione: «Se qualcuno vuoi venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). E infatti nella sequela di Cristo e nella conformità con la sua croce gloriosa che il cristiano trova la propria identità e la forza per accogliere e vivere con frutto la penitenza.

La prassi penitenziale nell’Antico Testamento 

La pratica del digiuno, così come quella dell’elemosina e della preghiera, non è una novità portata da Gesù: egli rimanda all’esperienza religiosa del popolo d’Israele, dove il digiuno è praticato come momento di professione di fede nell’unico vero Dio, fonte di ogni bene, e come elemento necessario per superare le prove alle quali sono sottoposte la fede e la fiducia nel Signore.
Mosè ed Elia si astengono dal cibo per prepararsi all’incontro con Dio. La coscienza del peccato, il dolore e il pentimento, la conversione e l’espiazione, pur manifestandosi in molteplici modi, trovano nel digiuno la loro espressione più naturale e immediata. Le celebrazioni penitenziali, in tempo di gravi calamità e nei momenti decisivi dell’Alleanza fra Dio e il suo popolo, comportano anche l’indizione di un solenne digiuno per l’intera comunità.  A rendere più intensa l’implorazione della preghiera, Israele ricorre alla prostrazione fisica che segue alla rinuncia del cibo. Privandosi del cibo, alcuni protagonisti della storia del popolo d’Israele riconoscono i limiti della loro forza umana e si appellano alla forza di Dio, che solo li può salvare.
E tuttavia anche nelle pratiche di digiuno, come in ogni espressione della religiosità, si possono annidare molte insidie: l’autocompiacimento, la pretesa di rivendicare diritti di fronte a Dio, l’illusione di esimersi con un dovere cultuale dai più stringenti doveri verso il prossimo. Per questo il profeta denuncia la falsità del formalismo e predica il vero digiuno che il Signore vuole:
«Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo… Dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo» (Is 58,6-7).
C’è dunque un intimo legame fra il digiuno e la conversione della vita, il pentimento dei peccati, la preghiera umile e fiduciosa, l’esercizio della carità fraterna e la lotta contro l’ingiustizia: «Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia» (Tob 12,8).

La vita nuova secondo lo Spirito

Per il cristiano la mortificazione non è mai fine a se stessa né si configura come semplice strumento di controllo di sé, ma rappresenta la via necessaria per partecipare alla morte gloriosa di Cristo: in questa morte egli viene inserito con il Battesimo e dal Battesimo riceve il dono e il compito di esprimerla nella vita morale (cfr. Rm 6,3-4), in una condotta che comporta il dominio su tutto ciò che è segno e frutto del male: «fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria» (Col 3,5).
L’adesione a Cristo morto e risorto e la fedeltà al dono della vita nuova e della vera libertà esigono la lotta contro il peccato che inquina il cuore dell’uomo, e contro tutto ciò che al peccato conduce: di qui la necessità della rinuncia. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liben» (Gal 5,1). Consapevole di questa responsabilità, l’apostolo Paolo, ad imitazione degli atleti che si preparano a gareggiare nello stadio, afferma senza timori: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27).
L’impegno al dominio di sé e alla mortificazione è dunque parte integrante dell’esperienza cristiana come tale e rientra nelle esigenze della vita nuova secondo lo Spirito: «Vi dico dunque: Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne… Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,16.22).
In particolare, per il cristiano l’astinenza non nasce dal rifiuto di alcuni cibi come se fossero cattivi: egli accoglie l’insegnamento di Gesù, per il quale non esistono né cibi proibiti né osservanze di semplice purità legale: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15). ( Il senso cristiano
del digiuno e dell’astinenza – Episcopato Italiano )

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