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Storia delle Due Germanie di Enzo Collotti

E. COLLOTTI, STORIA DELLE DUE GERMANIE 1945-68, EINAUDI, 1968

La Germania fu divisa nel 1949, ma i motivi per questo fatto sono da ricercare anzitutto nella guerra che Hitler aveva scatenato e in cui aveva trascinato quasi tutti i paesi più importanti del mondo che, dopo la guerra, sentivano un comprensibile desiderio di non vedere mai più una Germania così forte e distruttiva. La divisione della Germania è quindi anche opera di Hitler. Il secondo motivo era la Guerra fredda che era cominciata ancora prima che fosse finita quella vera e che rendeva impossibile un accordo tra i due protagonisti, cioè tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Anche l’aggravamento della divisione della Germania negli anni 50 e 60 è un risultato della situazione internazionale con responsabilità da molte parti. La Germania stessa all’inizio era troppo debole per far valere una propria voce, ma poi si legava anche le mani da sé con una politica che si ostinava a non voler vedere la realtà dei fatti. Certamente anche la politica di distensione, iniziata con Willy Brandt negli anni 60, non riuscì ad avvicinare le due Germanie, ma portò lo stesso a un cambiamento molto positivo dell’atmosfera internazionale e a molti piccoli cambiamenti positivi nei rapporti umani tra i due stati tedeschi.

Nessun politico dell’ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi, che né lui né qualcun altro aveva influenzato né poteva influenzare. Gli unici politici che in un certo modo hanno contribuito a iniziare o ad accelerare il processo della riunificazione della Germania erano Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo e il governo dell’Ungheria, in particolare il quasi sconosciuto ministro degli esteri dell’Ungheria Horn, che nell’agosto dell’89 prese la coraggiosa decisione di aprire i confini con l’Austria e che con ciò diede inizio a una valanga inarrestabile che portò in pochissimo tempo alla caduta del muro di Berlino. E naturalmente bisogna ringraziare i migliaia di sconosciuti che sfidarono apertamente, negli ultimi mesi prima della caduta del muro, il regime della DDR, rischiando anche la propria vita.

Oggi, nel 1997, la Germania è ancora molto lontana dall’essere un paese veramente unito. Era divisa per 40 anni, e non è del tutto escluso che passeranno altri 40 anni prima che anche le ultime ferite del passato siano chiuse e dimenticate. ( Autore: Wolfgang Pruscha; Tratto da Homolaicus.com )

Dopo l’inizio della guerra fredda, e a seguito della sconfitta tedesca nella seconda guerra mondiale, la Germania è stata divisa in due stati per circa 40 anni, divenendo il punto focale dei due blocchi contrapposti a est e a ovest. Solo nel 1990, a seguito di un accordo fra i due Stati, l’unità nazionale verrà ripristinata, con la costituzione in Länder delle province orientali e il loro successivo accesso, il 3 ottobre, alla Repubblica Federale di Germania, determinando al tempo stesso la scomparsa della Repubblica Democratica Tedesca.

Alla Conferenza di Potsdam dell’agosto 1945, dopo la resa incondizionata della Germania, avvenuta l’8 maggio 1945, le potenze vincitrici (Russia, USA, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e Francia) divisero la nazione in quattro zone di occupazione militare: francese a sud-ovest, britannica a nord-ovest, statunitense a sud e sovietica a est. I territori a est della Linea Oder-Neisse (Prussia orientale, Pomerania orientale e Slesia) vennero tolti alla Germania e posti sotto amministrazione sovietica e polacca, spostando a tutti gli effetti la Polonia verso ovest. Quasi 10 milioni di profughi furono costretti ad abbandonare i loro paesi d’origine per rifugiarsi nelle zone occupate a ovest di tale linea. Queste amministrazioni erano state originariamente concepite per durare fino alla firma finale di un trattato di pace, cosa che comunque non avvenne fino al 1990. Si concordò anche un trasferimento di tedeschi da Cecoslovacchia e Ungheria, ma le nazioni vennero invitate a fermare l’espulsione di questi Heimatvertriebene.

Il previsto corpo governante venne chiamato Consiglio di Controllo Alleato. I comandanti in capo esercitavano autorità suprema sulle loro rispettive zone e agivano di concerto sulle questioni che riguardavano l’intera nazione. Berlino, che giaceva nel settore sovietico, venne anch’essa divisa in quattro aree. …………………………

L’unificazione tedesca

Durante l’estate del 1989, dei rapidi cambiamenti ebbero luogo nella Germania Est (vedi Rivoluzioni del 1989), che alla fine portarono alla riunificazione tedesca. Un numero crescente di tedeschi dell’est emigrava nella Germania Ovest attraverso l’Ungheria, dopo che gli ungheresi decisero di non usare la forza per fermarli. Migliaia di tedeschi dell’est cercarono anche di raggiungere l’Ovest inscenando dei sit-in davanti alle rappresentanze diplomatiche della Germania Ovest in altre capitali est europee. L’esodo generò richieste interne alla DDR per un cambiamento politico, e dimostrazioni di massa con centinaia di migliaia di persone in diverse città – particolarmente a Lipsia – continuarono a svolgersi. Il 7 ottobre, il leader sovietico Michail Gorbačëv visitò Berlino per celebrare il 40º anniversario della fondazione della DDR e fece pressione sulla dirigenza della DDR per perseguire le riforme, senza successo.

Il 18 ottobre, Erich Honecker venne costretto a dimettersi da capo della SED e da presidente e venne sostituito da Egon Krenz, ma l’esodo continuò senza ridursi, e la pressione per delle riforme politiche crebbe. Il 4 novembre, una dimostrazione a Berlino Est portò in piazza circa un milione di abitanti. Infine, il 9 novembre 1989, il Muro di Berlino venne aperto e ai tedeschi dell’est venne consentito di viaggiare liberamente. A migliaia si riversarono attraverso il muro e nella parte ovest di Berlino e il 12 novembre la DDR incominciò a smantellarlo. ( Wikipedia )

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LIBRO: A proposito di Valentina di Guido Crepax

G. CREPAX, A PROPOSITO DI VALENTINA, QUADRAGONO 1975 1°ED

Guido Crepax, il cui nome vero è Guido Crepas, nacque a Milano il 15 luglio 1933. Era figlio di Gilberto Crepas, primo violoncello della Scala.

Crepax si laureò in architettura, occupandosi fin da subito di grafica pubblicitaria.

Nel 1957 Crepax divenne famoso per la sua campagna pubblicitaria della Shell, che ricevette la Palma d’oro per la pubblicità.

L’anno dopo cominciò a collaborare con Tempo Medico, la prima rivista medica italiana, dove disegnò tutte le copertine fino alla metà del 1980.

Nel 1963 Crepax entrò nel mondo dei fumetti e due anni più tardi creò il suo più famoso personaggio, Valentina, apparsa inizialmente sulla rivista di fumetti Linus come personaggio secondario di una serie di fantascienza; Valentina è la fidanzata di Philip Rembrant, un critico d’arte che in realtà possiede strani poteri ed è noto anche col nome di Neutron. Il primo episodio venne intitolato La curva di Lesmo ( con riferimento a una curva dell’autodromo di Monza ) seguito a sua volta da altri trenta raccolti in sette libri.

A questi si aggiunsero nel tempo altri libri come la Lanterna magica del 1977 e Valentina pirata ( il primo interamente a colori ).

Per lungo tempo sarà Linus la rivista che farà crescere e conoscere Valentina.

Valentina avrà la caratteristica piuttosto inconsueta nel mondo del fumetto, di invecchiare, seppur più lentamente del normale.

L’uscita di scena della sensuale ragazza dai capelli a caschetto avviene nel 1995, dopo oltre trent’anni, con la storia Al diavolo Valentina.

Le avventure di Valentina sono un miscuglio di temi onirici, fantastico, fantascienza, spionaggio e ( successivamente ) erotismo.

Valentina ha ispirato a sua volta un film del 1973 ( Baba Yaga diretto da Corrado Farina con Isabelle de Funès nella parte di Valentina ) e nel 1989 una serie di telefilm per la tv, in cui la protagonista era interpretata da Demetra Hampton. ( Wikipedia )

Valentina, erotica, psicotica, magnifica creazione di Guido Crepax, si mette in mostra al museo

Valentina non è solo un fumetto: è una donna talmente reale che invecchia. E a Bassano del Grappa, ormai settantenne, è co-protagonista di una mostra dedicata al suo creatore.

Valentina è una delle eroine del fumetto più note al mondo, ma è l’unica condannata ad invecchiare con il suo artefice. Per trent’anni l’abbiamo vista brillare di luce propria – gli uomini, tutti protagonisti secondari delle sue avventure – tra il giallo e il noir, la fantascienza e il sogno: la conosciamo già adulta, poi veniamo a sapere che è orfana, che soffre di disturbi alimentari, che è seduttiva (ma mai gatta morta) e incapace di rinunciare alla sua indipendenza e al suo mondo interiore. ( Io Donna )

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LIBRO: Via Toscanella di Ottone Rosai

OTTONE ROSAI – VIA TOSCANELLA – VALLECCHI – 1930

Ottone Rosai ( Firenze, 28 aprile 1895 – Ivrea, 13 maggio 1957 ) è stato un pittore italiano. Figlio di un artigiano, conseguito il diploma all’Istituto Statale d’Arte frequenta l’Accademia di Belle Arti, da cui viene espulso dopo pochi anni per cattiva condotta. Prosegue pertanto come autodidatta, e in questo periodo sono significativi gli incontri con Giovanni Papini e soprattutto con Ardengo Soffici, che lo avvicina all’arte futurista e al movimento di Marinetti.

Aderendo al futurismo, si arruola come volontario nel Regio Esercito e partecipa alla prima guerra mondiale ricevendo due medaglie d’argento. Alla fine della guerra, il rientro nella società è difficile e Rosai trova nelle nuove idee del giovane Mussolini l’entusiasmo e lo slancio che cercava per opporsi alla borghesia e al clericalismo che tanto detesta.

In questo periodo la sua pittura ritrae persone della sua famiglia, nature morte o figure di anziane tristemente sedute. Nel novembre 1920 tiene la sua prima esposizione personale a Firenze. Nel 1922 la sua vita è segnata dal suicidio del padre, annegatosi in Arno per debiti. Nei suoi scritti giovanili rivela di sentirsi colpevole di quella morte, e di dover vivere due vite, la sua e quella del padre.

Via Toscanella

In via Toscanella, nei pressi di Palazzo Pitti, si trova quello che è stato lo studio di Ottone Rosai.

Via Toscanella è il libro che meglio restituisce la cifra della scrittura d’ artista di Rosai e quindi il carattere e lo stile di una prosa singolarissima, irregolare e spesso disattenta alle norme più elementari della buona creanza letteraria

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LIBRO: Apocalisse 1945 – La Distruzione di Dresda di David Irving

DAVID IRVING, APOCALISSE 1945, LA DISTRUZIONE DI DESDRA, SETTIMO SIGILLO

Il 13 e il 14 febbraio del 1945 avvenne il più grande attacco aereo della Seconda guerra mondiale su una città tedesca da parte dei bombardieri alleati: il bombardamento di Dresda.<br>

Nell’arco di 14 ore Dresda fu bombardata tre volte. Il primo attacco è durato dalle 22 e 13 alle 22 e 21; il secondo bombardamento fu eseguito dall’1 e 30 all’1 e 50. Il terzo attacco fu effettuata la mattina successiva tra le 12 e 12 e le 12 e 23. Più di 200.000 persone persero la vita nelle fiamme di Dresda.

Lo scrittore inglese David Irving nel suo libro Apocalisse a Dresda scrisse: “ Per la prima volta nella storia della guerra un attacco aereo ha distrutto l’obiettivo in modo così devastante, che non c’erano abbastanza sopravvissuti sani per poter seppellire i morti. ”

Dresda era una città con oltre 630 000 abitanti. Quando però fu distrutta ci vivevano più di un milione di persone, si calcola tra un milione e duecentomila e un milione e quattrocentomila persone. Rifugiati della Slesia, della Pomerania e della Prussia Orientale, evacuati da Berlino e dalla Renania.

Dresda era un posto dove venivano condotti i soldati convalescenti e feriti. Poichè non c’era industria bellica, Dresda era considerata una città sicura.

Dopo il bombardamento gli incendi a Dresda sono durati sette giorni e otto notti.

Ai militari inglesi che bombardarono Dresda fu detto che la città era il centro di rifornimento più importante per il fronte orientale; l’obiettivo del bombardamento era uno dei quartieri generali della Gestapo in centro città, una importante fabbrica di munizioni, un grande stabilimento di gas tossici.

L’opinione pubblica inglese e le autorità religiose erano contro il bombardamento della popolazione civile tedesca. A loro però fu detto che non stato impartito alcun ordine di distruggere zone abitate. Il governo inglese, con a capo il primo ministro Winston Churchill riuscì a tenere il segreto fino alla fine della guerra.

David Irving

David John Cawdell Irving ( Hutton, 24 marzo 1938 ) è un saggista britannico, specializzato nella storia militare della seconda guerra mondiale. È l’autore di una trentina di libri, tra cui Apocalisse a Dresda ( 1963 ), La guerra di Hitler ( 1977 ), La guerra di Churchill ( 1987 ).

Con Ernst Nolte, è considerato un esponente del revisionismo storiografico sul nazionalsocialismo e il secondo conflitto mondiale.

David Irving fu arrestato in Austria l’11 novembre 2005; il 20 febbraio 2006 fu riconosciuto colpevole da un tribunale per “aver glorificato ed essersi identificato con il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori”, cosa che in Austria è punita, secondo il Verbotsgesetz, la legge per la denazificazione del 1947, che vieta qualsiasi “attività in senso nazionalsocialista”, in particolare come modificata nel 1992; in tale anno fu introdotto il divieto di negazione, minimizzazione, approvazione e giustificazione del “genocidio nazista o degli altri crimini nazisti contro l’umanità, qualora ciò avvenga in opere di stampa, radiofoniche o comunque pubblicato in modo tale da essere accessibile ad un vasto pubblico”, sotto pena di reclusione da 1 a 10 anni, e nei casi di maggiore pericolosità, fino a 20 anni. In base a tale sentenza Irving fu condannato a tre anni di reclusione, scontando in carcere 400 giorni prima di ottenere la liberazione condizionale. ( Wikipedia )

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LIBRO: Il Carnefice di Dario Bellezza

Dario Bellezza ( Roma, 5 settembre 1944 – Roma, 31 marzo 1996 ) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano. Bellezza fu scoperto e lanciato da Pier Paolo Pasolini, del quale per diversi anni curò la corrispondenza.

Pier Paolo Pasolini, in seguito alla pubblicazione della prima raccolta di poesie Invettive e licenze (1971), lo definì « Il miglior poeta della nuova generazione »

La poesia di Bellezza si è spesso ispirata a temi autobiografici, fra i quali spicca l’amore omosessuale ( vissuto con un sofferto atteggiamento maledettista, nella ricerca ossessiva di un “bellissimo assassino” fra drogati e prostituti ), risentendo inizialmente dell’influenza dei poeti simbolisti e dell’opera di Sandro Penna. Angelo ( 1979 ) è una testimonianza commossa al grande amore della sua vita: la letteratura. Successivamente pubblicò Turbamento (1984), L’amore felice (1986) e Nozze col diavolo (1995).

Malato di AIDS dal 1987, Dario Bellezza muore in povertà e solitudine il 31 marzo del 1996 a Roma. ( Wikipedia )

Intervista a Dario Bellezza apparsa sulla rivista Fermenti, Aprile-Maggio-Giugno 1976

Da Lettere da Sodoma al Carnefice e arrivando a Morte Segreta i tuoi contenuti so­no diventati casti, misurati, freddi. Tutto ciò fa pensare ad una compostezza che sa di svolta, di approdo ad un esito di avversione per certe forme compiacenti e forzatamente realistiche. Perché?

Perché mi sento molto vecchio e mi piace esserlo. Amo i vecchi perché hanno rag­giunto il momento sacro della vita, perché de­vono morire. Io amo la morte, in quanto sono convinto che è un passaggio. Non significa che sono cattolico. Non credo nei premi e nei castighi.

Dal realismo sembri essere approdato ad un misticismo laico sì, ma trascendente. Dal misticismo non vorrai mica arrivare al sur­realismo

Non corro il rischio di arrivarci. La mia formazione è di tipo razionalista. Per arriva­re al surrealismo bisogna essere irrazionali. Il surrealismo è un prodotto della cultura france­se. In Italia non c’è la possibiltà per un vero surrealismo. L’Italia è un paese provinciale di ignoranti, di politici mafiosi che non leggono, dove un Pasolini può essere ucciso due volte: una volta nella realtà e un’altra dall’opinione pubblica repressa e fascista sessualmente, per cui viene un grande schifo e una voglia di an­darsene per sempre

Moravia ha detto di recente che solo il realismo potrà salvare la nostra letteratura. Sei d’accordo ?

Moravia porta acqua al suo mulino. Cre­do che ogni forma d’arte sia permessa quando ha dei contenuti morali dentro. Le avanguardie non hanno contenuti, in quanto sterili e for-maliste. Il discorso di Moravia può avere un significato se attribuito al formalismo dell’avanguardia.

Perché hai rinnegato, in certo senso, il realismo ? 

Non l’ho rinnegato. La realtà che mi appare non mi basta. Voglio mistero, sciagura, caso, caos, droga e fortuna. Se queste cose so­no nel realismo, ben venga. Se il realismo è soltanto Useppe della Morante, allora abbasso il realismo.

La tua contenutezza, il tuo intimismo di arrivo, il pessimismo desolato ed a volte com­piacente, in quanto non sempre freddo e di­staccato, non fanno pensare un po’ troppo a Leopardi ?

No. Leopardi non c’entra per niente. Io tengo conto dell’inconscio, della psicoanalisi, di Jung. Potrei dire che Leopardi sia stato influen­zato da scrittori pessimisti come Epitteto. Io mi sento più grande di Leopardi. Perché più complesso e più intelligente. A me piace anche godere, punirmi, andare agli inferi e trasfigurarmi

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LIBRO: L’Italia di Bonaparte di Antonino De Francesco

A. DE FRANCESCO, L’ITALIA DI BONAPARTE, UTET, 2011

I Bonaparte, già Buonaparte, sono una nobile famiglia corsa di origine italiana. Secondo la versione accettata dallo stesso Napoleone e da altri membri della famiglia, i Buonaparte erano originari di Firenze, dove si schierarono dalla parte ghibellina. Con la vittoria del partito dei Guelfi, nel Duecento, dovettero lasciare la città andando in esilio, prima a San Miniato, e infine a Sarzana, nell’allora Repubblica di Genova ove il primo membro conosciuto della famiglia si trova citato come Bonapars figlio di Gianfardo.

I Buonaparte passarono quindi in Corsica, prima a Bastia, con Giovanni Buonaparte, che divenne reggente delle città sotto il governatore genovese Tomasino Campofregoso, e poi definitivamente ad Ajaccio.

Il legame con la penisola italiana non fu mai rescisso: Carlo Maria Buonaparte, padre di Napoleone Bonaparte, studiò diritto all’Università di Pisa come molti suoi antenati. E attraverso i lontani parenti di San Miniato nel Granducato di Toscana, riuscì a ottenere il titolo di nobile di San Miniato, che gli permise di entrare il 13 settembre 1771 nella nuova nobiltà còrsa, voluta dai francesi che nel 1769 erano diventati i nuovi padroni dell’isola.

Campagna d’Italia

La campagna d’Italia del 1796-1797 fu la serie d’operazioni militari guidate da Napoleone Bonaparte alla testa dell’Armata d’Italia durante la guerra della prima coalizione combattuta dalla Francia rivoluzionaria contro le potenze monarchiche europee dell’Antico regime, nello specifico rappresentate dal Regno di Sardegna, dal Sacro Romano Impero e dallo Stato Pontificio.

Il generale Bonaparte dimostrò per la prima volta le sue grandi capacità di stratega e di condottiero raggiungendo, nonostante la limitatezza dei suoi mezzi, una serie di brillanti vittorie che consentirono di instaurare il dominio francese su gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Il generale ottenne grande prestigio e una vasta popolarità, esercitando autonomamente l’autorità sul territorio conquistato e organizzando una serie di stati strettamente collegati alla Francia. Dopo aver agito spesso in contrasto con le direttive del Direttorio, il generale Bonaparte concluse vittoriosamente la campagna firmando personalmente il trattato di Campoformio, che sancì la sconfitta dell’Impero d’Austria e della prima coalizione e confermò la predominante influenza francese in Italia, specie sulle elite peninsulari.

Nel novembre del 1796, Napoleone proclamò la Repubblica Transpadana ( Lombardia ), e l’anno successivo anche la Repubblica Cispadana ( Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia ), e adottò il tricolore come bandiera. Successivamente, con una serie di campagne vincenti, estese il suo dominio anche su Mantova e sul territorio di Venezia, che divenne la Repubblica Veneta e nel 1797, fondò la Repubblica Cisalpina, che assorbì anche la Repubblica Cispadana.
Nonostante la Pace di Campoformio ( 1797 ) lo avesse costretto a cedere il Veneto all’Austria, nell’inverno successivo le truppe napoleoniche riuscirono ad entrare a Roma e, proclamando la Repubblica Romana, costrinsero il papa a rifugiarsi in Toscana. Infine, nel gennaio del 1799 le truppe francesi entrarono anche a Napoli e proclamarono la Repubblica Partenopea.
Dopo la controffensiva austriaca i francesi furono costretti a ritirarsi da alcuni presidi in Lombardia, e Ferdinando IV di Borbone inviò le sue truppe alla riconquista di Napoli. La Repubblica Partenopea capitolò a giugno dello stesso anno, e ad agosto, in seguito alla battaglia di Novi, crollò la dominazione francese. 


Negli anni successivi Napoleone, dopo aver vinto altre battaglie decisive, si impegnò a dare un nuovo assetto territoriale all’Italia.
Nel mese di giugno del 1800, venne proclamata la seconda Repubblica Cisalpina, ed in seguito anche la Repubblica di Genova, il Piemonte e il ducato di Parma passarono alla Francia. Il dicembre del 1801 un’assemblea di notabili deliberò la nascita della Repubblica Italiana, con capitale Milano e presidente Napoleone.
Quattro anni dopo Napoleone assunse il titolo di re d’Italia ed il 26 maggio del 1805 venne incoronato con la corona ferrea.
Il territorio a lui sottomesso continuava ad allargarsi, annettendo anche il Regno Veneto, la Dalmazia, la Repubblica Ligure ed infine la Toscana.
Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, fu nominato re di Napoli, e l’anno successivo vennero conquistate anche le Marche, il Lazio e l’Umbria. Restano fuori dal dominio solo la Sicilia, sotto il dominio Borbone, e la Sardegna, territorio dei Savoia.
Dieci anni dopo, la controffensiva austriaca toglieva Milano ai Francesi e causava il crollo del Regno ( 1815 ). ( Wikipedia )

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LIBRO: Abissinia di Mario Lolli

MARIO LOLLI, ABISSINIA, 1935 

Mario Lolli è una delle personalità di riferimento per la cultura aquilana, autore di numerosi testi e di musiche che sono entrate nel repertorio folkloristico e popolare.
Nato il 22 febbraio 1917 e scomparso il 31 gennaio del 2002, Mario Lolli è stato un alto ufficiale dell’esercito, partecipando alla seconda guerra mondiale e alla lotta partigiana, decorato al valore militare. Immenso è stato il suo contributo allo studio delle tradizioni e alla promozione e sviluppo del dialetto aquilano, con la realizzazione di numerosi testi, nonché del primo Dizionario Italiano – Aquilano e del celebre “Zibaldone Aquilano”.

La seconda Guerra d’Abissinia

La guerra d’Etiopia, nota anche come guerra d’Abissinia o seconda guerra italo-etiopica, si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 e vide contrapposti il Regno d’Italia e l’Impero d’Etiopia. Condotte inizialmente dal generale Emilio De Bono, rimpiazzato poi dal maresciallo Pietro Badoglio, le forze italiane invasero l’Etiopia a partire dalla Colonia eritrea a nord, mentre un fronte secondario fu aperto a sud-est dalle forze del generale Rodolfo Graziani dislocate nella Somalia italiana. Nonostante una dura resistenza, le forze etiopiche furono soverchiate dalla superiorità numerica e tecnologica degli italiani e il conflitto si concluse con l’ingresso delle forze di Badoglio nella capitale Addis Abeba.

La guerra fu la campagna coloniale più grande della storia: la mobilitazione italiana assunse dimensioni straordinarie, impegnando un numero di uomini, una modernità di mezzi e una rapidità di approntamento mai visti fino ad allora. Fu un conflitto altamente simbolico, dove il regime fascista impiegò una grande quantità di mezzi propagandistici con lo scopo di impostare e condurre una guerra in linea con le esigenze di prestigio internazionale e di rinsaldamento interno del regime stesso, volute da Benito Mussolini, con l’obiettivo a lungo termine di orientare l’emigrazione italiana verso una nuova colonia popolata da italiani e amministrata in regime di apartheid sulla base di una rigorosa separazione razziale. In questo contesto i vertici militari e politici italiani non badarono a spese per il raggiungimento dell’obiettivo: il Duce approvò e sollecitò l’invio e l’utilizzo in Etiopia di ogni arma disponibile e non esitò ad autorizzare l’impiego in alcuni casi di armi chimiche. L’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia ebbe rilevanti conseguenze diplomatiche e suscitò una notevole riprovazione da parte della comunità internazionale: la Società delle Nazioni decise d’imporre delle sanzioni economiche contro l’Italia, ritirate nel luglio 1936 senza peraltro aver provocato il benché minimo rallentamento delle operazioni militari.

Le ostilità non cessarono con la fine delle operazioni di guerra convenzionali, ma si prolungarono con la crescente attività della guerriglia etiopica dei cosiddetti arbegnuoc ( patrioti ) e con le conseguenti misure repressive attuate dal governo italiano, durante le quali non furono risparmiate azioni terroristiche nei confronti della popolazione civile; la resistenza etiope collaborò poi con le truppe britanniche nella liberazione del paese dagli italiani nel corso della seconda guerra mondiale. Formalmente lo stato di guerra ebbe ufficialmente termine il 10 febbraio 1947 con la stipula del Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate, che comportò per l’Italia la perdita di tutte le sue colonie africane. ( Wikipedia )

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La libreria Aiace di via Ugo Ojetti 36, Roma, è un punto speciale per i lettori e le lettrici di Roma. Ci potete trovare saggi, romanzi, riviste, raccolte di poesie a prezzi incredibili, perché la caratteristica comune a tutti questi libri è che sono usati. Nessun imbarazzo, quindi: aprendo a caso una pagina o iniziando a divorare il testo non si ha la sensazione di profanare qualcosa di sacro che andrebbe conservato così com’è, bianco, immacolato e senza orecchie laterali. Qualcuno prima di voi ha già letto quel libro e lo ha già arricchito di quella patina antica che lo rende così prezioso.

LIBRO: Riservato a Mussolini – Notiziari giornalieri della Guardia Nazionale Repubblicana

RISERVATO A MUSSOLINI, introduzione di N. VERDINA, FELTRINELLI, 1974

Riservato a Mussolini è un libro che riporta i notiziari giornalieri della Guardia nazionale repubblicana novembre 1943 – giugno 1944. A cura di Luigi Bonomini, Federico Fagotto, Luigi Micheletti, Luigi Molinari Tosatti, Natale Verdina. Introduzione di Natale Verdina

Guardia Nazionale Repubblicana

La Guardia Nazionale Repubblicana ( GNR ) fu istituita dalla Repubblica Sociale Italiana l’8 dicembre 1943 «con compiti di polizia interna e militare». Nacque per volere di Renato Ricci ( ex-presidente dell’Opera Nazionale Balilla poi convertita nella Gioventù Italiana del Littorio ).

La GNR era destinata teoricamente ai compiti propri dei Reali Carabinieri ( ordine pubblico e controllo del territorio ) e della Milizia ( nelle sue varie specialità ), ma in realtà fu impiegata soprattutto alla lotta repressiva contro le forze partigiane della Resistenza italiana, assieme alle formazioni tedesche. Alcuni suoi reparti furono utilizzati, sotto comando tedesco, al fronte contro gli Alleati. Svolse anche un ruolo di ordine pubblico contro il banditismo che era diffuso nei territori occupati dell’Italia centrale e settentrionale.

Nonostante la potenziale efficacia operativa del nuovo organismo di sicurezza, Ricci si scontrò con la diffidenza e l’aperta ostilità delle forze germaniche.

Il 5 agosto 1944 i vertici tedeschi, una volta che ebbero compreso che gli elementi della MVSN erano in minoranza e che spesso i carabinieri collaboravano con i partigiani, decisero di procedere a una generale azione di disarmo e cattura dei carabinieri stessi. Degli 11.000 carabinieri in servizio nell’estate del 1944, circa la metà furono catturati e deportati in Germania.

La GNR il 15 agosto 1944 venne inglobata nell’Esercito Nazionale Repubblicano, come “prima Arma” della Forza armata ( similmente quindi allo status dei Carabinieri ), anche se continuerà a svolgere compiti di sicurezza dietro le linee del fronte in ausilio alle forze germaniche. ( Wikipedia )

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LIBRO: Lo Smemorato di Collegno di Lisa Roscioni

L. ROSCIONI, LO SMEMORATO DI COLLEGNO, EINAUDI, 2007

Il caso Bruneri-Canella o dello «smemorato di Collegno» è un famoso caso giudiziario e mediatico accaduto in Italia riguardante la presunta ricomparsa nel 1926 di un uomo che era scomparso durante la prima guerra mondiale. La questione della sua identità fu discussa a fondo e a lungo nei giornali oltre che nelle aule di tribunale. L’interesse suscitato nell’opinione pubblica, fece divenire comune l’espressione smemorato di Collegno dagli anni trenta, per indicare qualcuno che dimentica qualcosa.

Due furono le identità al centro della controversia e attribuite allo smemorato:

il professor Giulio Canella, nato a Padova il 5 dicembre 1881, dato per disperso durante la prima guerra mondiale, studioso e docente di filosofia, figlio di un letterato. Si trasferì una volta finiti gli studi classici a Verona, dove divenne direttore di una scuola magistrale. Nel 1909 fondò con padre Agostino Gemelli la Rivista di filosofia neoscolastica, e nel 1916 fondò il quotidiano Corriere del mattino, una testata di stampo cattolico. Nello stesso anno ebbe la sua seconda figlia; pochi mesi dopo venne richiamato nell’esercito. Canella era sposato con la propria cugina, Giulia Concetta Canella, figlia di un ricco proprietario terriero che aveva grossi interessi economici in imprese brasiliane.
il tipografo Mario Bruneri, nato a Torino il 18 giugno 1886. Bruneri era un anarchico che viveva senza fissa dimora, ed era ricercato dal 1922 per via di alcune condanne precedenti per truffa e lesioni. Le sue impronte parvero coincidere con quelle dello smemorato. ( Wikipedia )

Chi era lo smemorato di Collegno ? L’identità svelata dal DNA

L’esame del DNA ha consentito di escludere che l’uomo trovato nel 1926 senza memoria fosse Giulio Canella; si tratterebbe quindi di Mario Bruneri, un tipografo torinese.

Sono passati moltissimi anni ma il caso dello “smemorato di Collegno” è stato al centro di accesi dibattiti. Ora dopo quasi 90 anni  la novità !

La vicenda prese avvio nel 1926, quando un uomo, portato in ospedale, aveva dichiarato di non sapere nulla del proprio passato, non ricordava il suo nome, e nessuno dei suoi familiari.

Agli inizi del 1927 su La Domenica del Corriere venne pubblicata la foto di un uomo ricoverato al manicomio Reale di Collegno da quasi un anno: era stato arrestato dopo essere stato sorpreso a rubare; urlava, minacciava il suicidio. Lo sconosciuto aveva circa 45 anni e portava la barba; era affetto da amnesia. In manicomio mantenne un comportamento esemplare, e i medici nei vari colloqui intuirono che si trattava di una persona istruita.

Giulia Concetta Canella lesse l’annuncio e riconobbe suo marito, disperso durante la Grande guerra. Lo smemorato venne pertanto dimesso ai primi di marzo e andò a vivere con la donna a Verona.

Poco dopo il Regio Questore di Torino ricevette una lettera anonima, in cui si sosteneva che lo smemorato non era Giulio Canella, bensì Mario Bruneri, un tipografo torinese di 41 anni. Bruneri era un anarchico, un vagabondo, ed era ricercato per alcune condanne per truffa e lesioni. Era già stato in carcere ed esisteva un fascicolo su di lui. Il questore ne dispose l’arresto. Lo smemorato venne portato in questura per l’identificazione. La moglie del tipografo, Rosa Negro, lo riconobbe; anche il figlio Giuseppino, di 14 anni, che da 6 anni non vedeva il padre, diede la stessa risposta.

Lo smemorato, riconosciuto come Mario Bruneri, venne arrestato per scontare la pena residua di due anni.

Giulia Canella non si diede per persa ed iniziò una battaglia legale opponendosi a quel riconoscimento, fino a quando il 23 dicembre 1927 l’uomo venne scarcerato perché secondo il giudice non era stata raggiunta prova certa della sua identificazione come Mario Bruneri. La moglie del tipografo Bruneri, Rosa Negro, e il fratello Felice ricorsero a loro volta in tribunale.

Nel 1931 la Corte di Cassazione giunse alla conclusione che lo smemorato era Mario Bruneri, che venne arrestato per scontare la pena residua in carcere.

Terminato questo periodo, lo smemorato e Giulia Cannella si trasferirono in Brasile, dove l’uomo morì nel 1941. ( Tratto da L’Unione Sarda.it 2014 – Testo modificato )

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